
Jan 2nd, 6.02 PM (ora di Toronto)
Dall'alba al tramonto in sei ore. Altro che ventuno dicembre, il giorno più corto dell'anno è il due gennaio. E, beh, inutile dire che è allo stesso tempo anche il più lungo.
Centocinquantacinque giorni, ora più, ora meno.
Era ieri quando attendevo il "98 B-Line" sotto la pensilina dell'aeroporto, e mi chiedevo cosa mi aspettasse nei cinque mesi successivi. E oggi davanti a quella pensilina ci sono passato ancora, ma ero in una macchina gigante con un vano di carico in cui ci starebbe comoda la Mitica UNO!® e forse pure la Vespa piccola, e non ero da solo come ad agosto. Le persone che erano con me, inutile dirlo, non avrei mai immaginato di incontrarle nel mio cammino, sono quelle cose che ti mandano in pappa il cervello quando accadono e provi a collegare le coincidenze che ti riportano indietro forse di lustri. Ma questo è un gioco che piace fare solo a me, per conto mio, non annoierò nessuno qui.
Non riesco a ricordare (e sul lungo termine ho buona memoria, eh!) una partenza-ritorno senza la pioggia. Certo, a Vancouver piove spesso, in inverno.
A Vancouver piove praticamente tutti i giorni, in inverno. L'ultima settimana invece, a parte qualche sprazzo nuvoloso-umido, è stata la più splendida settimana di sole fresco degli ultimi anni, a giudicare dai commenti degli indigeni. Il cielo mi ha regalato temperature decisamente invernali accompagnate da un sole di cui mi sono innamorato ogni giorno di più negli ultimi mesi, basso, giallo, lento. Luce calda, ombre lunghe, tramonti infiniti. E ieri sera, mentre bevevo una birra in strada avvolta in un guanto come un fuorilegge insieme al mio nuovo fratello turco ritrovato (mamma??) e altri nuovi buoni amici, all'improvviso (come sempre) l'aria si è trasformata in miliardi di minuscole goccioline, e in pochi minuti in pioggia battente. Ha diluviato tutta la notte, e al mattino le gocce mi hanno seguito fino in aeroporto. "Sevilla llera porque me voy", avevo imparato a gennaio. Credo possa funzionare con qualsiasi città che mi abbia ospitato per più di 24 ore. La statistica mi dà ragione, è inutile raccontarsi frottole.
(frottole, mi piace questa parola, non la usavo dal 1984)
Scrivo da Toronto (che si pronuncia trno, ma in modo molto più confuso), prima tappa del mio ritorno (se non è itinerante almeno nelle intenzioni, non è un MIO ritorno).
Sul biglietto Toronto-Zurigo mi hanno messo il timbro "volo domestico". D'accordo che si abbattono le frontiere e bla bla bla, ma cacchio, definire domestico un volo transoceanico mi sembra un tantino eccessivo... oppure la tizia che mi ha timbrato il boarding pass la pensa come me, per quanto riguarda le distanze.
Lo so, avevo detto che ne avrei parlato mesi fa, e invece non l'ho ancora fatto.
È che sono stato impegnato a confutare le mie teorie sulle distanze che al contrario di quanto si pensi sono solo nella nostra testa, e a perfezionarne un'eventuale discussione davanti all'Inquisizione. Non ho ancora finito, avrò bisogno di un'altra dozzina di anni di viaggi almeno, e poi passerò alla fase approfondimento.
(mai stanco, di viaggiare, il Gene G colpisce ancora)
Credo che a Zurigo comprerò della cioccolata (se avrò tempo nei 55 minuti di trasbordo, dubito).
Stanno chiamando il mio volo, ci vediamo in Europa.
Jan 3rd, 7.45 AM (ora italiana)
Sorseggiavo un orrendo pseudo caffè guardando distratto il nero pece fuori dal finestrino ovale quando, improvvisamente, l'alba.
L'aspettavo da un bel po', dopo tre cambi di fuso in poche ore non so più se credere al mio stomaco, al mio neurone o alle mie gambe stanche (e addormentate). La notte diventa cortissima quando si viaggia verso est, questo l'avevo imparato anni fa. Quattro anni (e mezzo) fa, poi, mentre tornavo da Philadelphia, questa grande verità mi aveva lasciato senza fiato palesandomi davanti agli occhi l'alba più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita, in un momento in cui ero convinto fosse notte. Quell'alba infotografabile, che ho ben chiara nella mia testa, non l'avevo mai raccontata a nessuno fino a ieri. E mi sono accorto che a raccontarla non cambia nulla nè a me nè a chi ascolta, quindi una volta tanto farò l'egoista e la terrò tutta per me.
L'alba che c'è ora è un'alba parecchio normale, con la luna sull'ala destra del 767 e strane nuvole un po' dappertutto. Il blu-grigio mi circonda, l'aereo rumoroso sballotta qua e là tutti quanti (in ogni caso sempre meglio della turbolenza in cui ci siam trovati nel bel mezzo dell'Atlantico stanotte, credevo che stessimo perdendo un'ala a un certo punto), e non vedo l'ora di essere a casa. E subito dopo a Casa.
A Vancouver la troia di turno voleva farmi pagare l'eccedenza bagagli. Due valigie da 27kg, ben quattro oltre il consentito. E direi che senza avere una bilancia in casa non me l'ero cavata poi così male. Anzi, all'andata erano anche più pesanti. I venti chili di roba spedita l'altro giorno sono stati vera lungimiranza (e mattanza per il portafogli).
Visto che l'eccedenza si paga per ogni singolo bagaglio più pesante del consentito, mi sono messo a giocare a tetris col contenuto delle due valigie, e il risultato è stata una bellissima samsonite verdone da 22.9 e una gigantesca cosa informe blu da 31.7 (se supera i 32 kg non me la fanno nemmeno entrare in aereo, pfui). Settantacinque dollari pagati solo per la seconda, e ho anche risparmiato qualcosa rispetto a una spedizione con corriere espresso.
Aiuto, fuori è tutto grigio. A parte qualche lucina arancione un basso, lontano, laggiù. Chissà dove sono. L'arrivo a Zurigo è previsto tra una una ventina di minuti, mi sa che sono in Francia. Aiuto, sono sopra la Francia.
La colazione col muffino e il succo d'arancia finto non era male, peccato che le mele rosse tagliate a fette e imbustate fresche (massè) avessero un vago sapore di acqua di rubinetto tarocca.
Sotto di me non ci sono più nuvole spesse, solo qualche strisciolina umida, qualche paesone decisamente svizzero, montagne con tutto lo zucchero a velo sopra (se fossimo già a Milano sarebbe un altro tipo di polvere bianca), lucine ovunque e le marmotte che confezionano la cioccolata.
Devo spegnere o mi buttano fuori, ciao.
Jan 3rd (sic), 9.17 AM (ora italiana)
I controlli sicurezza mi fanno sempre sudare freddo.
Non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché mi succede sempre qualcosa che mi fa (rischiare di) perdere il volo. Come l'altra volta, ad esempio (mi sento autoreferenziale oggi, si vede? O forse mi piace rileggermi i post vecchi una volta tanto).
Stavolta non ero a Heathrow, ma a Zurigo. Gli svizzeri sono più precisi e ordinati anche nella vita vera e non solo negli stereotipi, mi hanno "solo" fatto svuotare completamente lo zaino perché "c'è troppa roba, non riesco a capire cosa vedo ai raggi X".
Quando ho tirato fuori il Mac, tutta l'attrezzatura fotografica che visti i precedenti non mi fido a mettere in valigia, una dozzina di pellicole medio formato, un flash gigante e caramelle Rolo, il tipo mi ha fatto "professionista, eh?" "chi io? Ah, sì, sono un fotografo, eheh". Se l'è bevuta. Saranno state le caramelle Rolo a darmi un'aria professionale, benchè indossassi la mia felpa grigia zozza, jeans sdruciti da viaggio e scarpe ancora fangose da ottobre (quando è iniziata la stagione delle piogge in British Columbia).
All'aeroporto di Vancouver c'era una fila lunga venti chiometri, un'unica fila educata e democratica che si divideva dopo giri immensi davanti ai banchi del check-in. E il tutto effettivamente era abbastanza veloce, se vedessi una fila così in Italia probabilmente penserei di tornarmene a casa e partire un altro giorno.
Arrivato al gate di Zurigo, una fila tutta italiana mi attendeva al banchetto portatile del controllo passaporti. Mi sono sentito a casa, lo ammetto. Ma ammetto pure di essermi un tantino irritato. Mi starò canadesizzando? Aiuto.
Ok, l'aereo è sula pista pronto a partire e il pilota aspetta che spenga il portatile, qua s'incazzano tutti se continuo a scrivere.
Ah, cara vecchia carta e penna, quand'è che ti ho dimenticato?
Jan 3rd, 5.20 PM (ora di Milano)
Il solito amico mi è venuto a prendere in aeroporto. E mi ha portato a casa sua a rifocillarmi.
A Milano nevica, ed è così strano vedere tutto velato di bianco. Poche ore fa ho lasciato una città circondata dalle montagne con la cima quasi sempre innevata, questo non mi aiuta a realizzare che sono tornato. Certo, le targhe italiane, le code dei TIR in tangenziale e le bisarche piene di Panda giallo pastello dovrebbero riportarmi un po' alla realtà, ma non è così facile come sembra, specie se per il mio corpo sono le otto di mattina e io non dormo da due giorni, se ho preso settemila caffè schifosi più uno vero appena atterrato (perdipiù offerto, che lo rende ancora più buono), e se per il mio stomaco che ha ingerito un'ottima carbonara improvvisata è da poco passata l'ora di pranzo.
Il mio italiano è peggiorato, non riesco a capire cosa sto scrivendo.
Devo resistere fino a stasera, non devo dormire, o non mi abituerò mai al fuso italiano (il fuso italiano sono solo io, in questo momento). Domani sveglia a orari decenti (alle otto dovrebbe andar bene), disfo le valigie, faccio la spesa e cerco di ritrovare le mie abitudini.
Il prossimo step è recuperare la Vespa custodita in un garage di cui nessuno ha le chiavi, fare la revisione, e andare in cerca di una nuova casa, che questa ormai mi sta stretta.
Anche trovare un lavoro non sarebbe male, visto che mi attendono sei mesi di scuola, vita milanese, benzina (a proposito, quanto costa adesso la benzina? Sono fuori dal mondo!) e spese varie e non ho il becco di un quattrino da un mese e mezzo.
Sono stanco e ho sonno. Ce la farò.
Non riesco a tirare le somme di questa avventura incredibile che mi è capitata, ho bisogno di dormirci su. Soprattutto di dormirci.
Magari ci penso, eh?
Foto di: tre ore fa
Macchina: eos affamata
In radio: rock fm. Fico!





