Paco & i suoi Mondi


Tre post al prezzo di uno



Sono tornato. Dalla Stazione Centrale, giusto mezz'ora fa. Un'odissea senza fine tra cantieri che hanno rivoluzionato tutto, fatto sparire la biglietteria dalla storica Galleria delle Carrozze (dio che nome romantico), e spostato il tutto giusto qualche metro più in là, alle spalle dei vecchi sportelli. Peccato che, causa lavori, sia possibile arrivarci solo salendo la lunga scalinata che porta ai binari, scendere per il luuuungo serpentone a zig-zag dei nuovissimi e non funzionanti tapis-roulant e giungere alla bellissima, enorme quanto desolatamente chiusa, nuova biglietteria. Con passaggi stretti e ostacoli ovunque. Già immagino l'ora di punta. Gente che cerca di tagliare attraverso le enormi colonne, passeggeri di fretta che devono salire ai binari prima di perdere il treno, passeggeri che devono ancora fare il biglietto che si scontrano con quelli in coda alle macchinette, e che certamente quel treno lo perderanno. Ah, però tra diciotto giorni parte l'Alta Velocità, Milano-Bologna in sessantacinque minuti, Milano-Roma in tre ore e mezzo. Facevo i conti oggi: nella migliore delle ipotesi (partenza da Linate, taxi, check-in online e niente bagaglio da imbarcare) lo stesso viaggio in aereo impiegherebbe circa tre ore. Se poi tocca aspettare la 73 (o peggio ancora partire da Malpensa), fare il check-in, imbarcare il bagaglio, cercare di convincere quelli della sicurezza che no, non sono un terrorista, quello è un bagnoschiuma, aspettare invano il bagaglio imbarcato sui nastri all'arrivo, andare a reclamare la valigia che arriverà il giorno dopo quando tu già sarai tornato a Milano e prendere il treno per Roma (senza alimentatore per il portatile perchè l'avevo messo in valigia per non superare i 5kg del bagaglio a mano, e senza bagnoschiuma perché hai dovuto lasciarlo alla sicurezza a Milano che stava chiamando gli artificieri per fartelo brillare), personalmente credo ci sia solo da guadagnarci. Già me li vedo, i nuovi pendolari. Ci si mette meno ad arrivare a Milano da Firenze che da Pavia, probabilmente. Salvo scioperi. Mh, parliamone. No, non parliamone.

Comunque.
Sono tornato. Da questa benedetta stazione. Ci ero andato anche ieri, un po' più tardi di oggi, e mi sono perso trenta volte tra il cantiere, il cartello "nuova biglietteria –>" che mi faceva girare intorno alla stazione e finire davanti a una porta inesorabilmente chiusa, la farmacia che, chissà come, mi trovavo sempre davanti, e finalmente i tapis-roulant, il tizio che stava chiudendo la stazione (ebbene sì, anche la stazione chiude, checché ne dicano quelli che "Milano non dorme mai, Milano come New York, Milano sarà una città diversa con l'Expo", tutte balle, la stazione chiude e Pizza Mundial resta aperta anche il lunedì fino alle due) mi ha fatto passare lo stesso e ho comunque trovato le macchinette disattivate. Così mi è scaduto il benedetto PNR che mi avrebbe permesso di ritirare il famigerato biglietto. Per la seconda volta in due giorni. La prima me ne ero dimenticato, e amen. Mea culpa.

Terzo giorno.
Sono tornato. Vedi punto uno. Sì, no, non ho messo i punti, ma se sei arrivato a leggere fino a questo punto vuol dire che ci capiamo. Stavolta però il biglietto sono riuscito a ritirarlo. Per la prima volta in quattro anni, non viaggerò in piedi per le undici ore del viaggio della speranza verso Sud delle feste di Natale.
E per la prima volta in quattro anni (se si esclude una toccata e fuga con sorella – mia – fatta a febbraio di tre anni fa), aspetto la genitrice che viene a trovarmi questo fine settimana. Più che altro, ho dato la mia benedizione alla genitrice affinché venisse a trovarmi, che è diverso.

Non è stata solo una serata di avventure in stazione, prima ho anche trascinato il solito amico in un dopolavoro decisamente ricchione all'IKEA. Finalmente... habemus stendino! Il bucato accumulato attendeva trepidante, stufo di stare appollaiato sui termosifoni. Ma anche sullo schienale delle sedie, sui bordi degli scatoloni semivuoti, sui pioli della scala, ancora in lavatrice, eccetera eccetera eccetera.
Già, perché tra le grandi novità c'è la casetta (stanzetta, stanzettina) nuova! Dopo due anni di vita in un appartamento che era lontano da qualsiasi cosa, dopo che ormai anche quelli di Google erano venuti a cercarmi (spero non rivogliano la t-shirt, cazzo!), ho cambiato casa. E posso andare in centro a piedi. Tecnicamente, sarei quasi in centro, se Milano non avesse una concezione di "centro" abbastanza confusa, tra cerchia bastioni, porte nuove, porte vecchie, zona ecopass, circonvallazioni interne esterne medio interne esternissime tangenziali iperspaziali (tutte congestionate dal traffico, ché la gente ancora non ha capito che questo è un paesone e ci si potrebbe spostare a piedi risparmiando la camminata da casa alla macchina parcheggiata a due chilometri e dalla macchina parcheggiata a tre chilometri e il posto in cui si deve andare e viceversa). Vabbè, come al solito divago. Zivago. Zattera. Zocca. Zanzara. ...uff, non mi viene in mente un fiore con la zeta, questo gioco è un pacco.

Casa a parte (e hai detto niente!), ci sono grandi novità. Ho già detto che ho uno stendino, ora? Mmm... sì. Allora niente, mi sa che non ho altro da dire.

...

Stavo scherzando! Ahahahah, grasse risate. Proprio.

Il 18 dicembre vado a Dublino. Come al solito ho preso la decisione in tre secondi, come quasi sempre quando si tratta di partire per qualche posto. Non ci sono mai stato, e si accettano suggerimenti sulle cose da vedere. So già che farà freddissimo, e so già che se non vado alla fabbrica della Duff... ehm, della Guinness è meglio se non faccio rivedere la mia brutta faccia in Italia. Ah, sto lì solo tre giorni, praticamente due e mezzo, quindi... sano cazzeggio, giusto un assaggio del posto per poi magari un giorno tornarci con più calma (se se, dico sempre così poi non ci torno mai). A proposito, ci vado da solo, c'è qualcuno nei paraggi? (ma quando mai...)
Il 21 dicembre torno da Dublino, svuoto lo zaino, riempio la valigia, ci dormo su e il giorno successivo vado a prendere il trenino notturno della speranza (vedi punto tre, circa) che mi riporta a Casa dopo quattro mesi esatti. Non ho fatto il biglietto di ritorno, non so dove passerò il Capodanno, so solo che secondo me vedrò parecchia roba da mangiare. E amici, ovviamente. Vecchi e nuovi. Dannato feisbucc.

Da quant'è che non scrivo? Parecchio! Ero andato a Londra una delle ultime volte. Di questo non ho raccontato. Tutto stasera devi raccontare pacomì, non te ne puoi andare a dormire? No. Sei arrivato fin qua e ora vai avanti. Guarda che me ne accorgo se chiudi la pagina prima del tempo, tsé! Devo fare come Vanity Fair (o era Flair? O Marie Claire? Tutte uguali 'ste riviste, eccheccazzo) che mette "tempo di lettura previsto: sei minuti"? Faccio a modo mio. Tempo di lettura previsto: dimmelo tu, quanto ci hai messo? Poi facciamo la media dei cervelli. Beato chi ce l'ha.

Dicevo, Londra. Mi è capitato recentemente di riguardare le foto del viaggio, e ho avuto la stessa sensazione che si ha quando ti mostrano delle foto di una festa di cui non ricordi assolutamente nulla perché ti eri ubriacato come una renna a inizio serata. Soprattutto, la foto che ho fatto dopo il croissant più pessimo (lo so che non si dice, ma questo era proprio il più pessimo) di Francia mentre imboccavo l'istmo circondato da prati pieni di pecore che porta a Le Mont-St. Michel mi ha dato una sorta di fitta al cuore. Quel momento, però, me lo ricordo perfettamente. Avevo dormito sul tavolo di legno di un'area di sosta, dove mi ero fermato alle tre di notte passate da un bel pezzo senza aver trovato un campeggio o un ostello aperto nel raggio di decine e decine di chilometri, e mi ero svegliato alle otto circondato dalle pecore. La Vespa era ancora lì di fianco al tavolaccio, il sacco a pelo in cui mi ero infilato vestito era caldissimo nonostante ci fossero a malapena dodici gradi, e la nebbia leggera rendeva tutto taaanto umido. Nel buio della notte prima, illuminato solo da uno spicchio di luna e dal faro alogeno della Vespa, mi ero perso nella gelida campagna normanna, sfiancato da quattordici ore di viaggio, infreddolito e parecchio affamato. Quando viaggio da solo non sento alcuno stimolo finché vado, quando mi fermo sono perduto. Sapevo di essere vicinissimo all'area dell'abbazia, e in pochi chilometri ero sceso dall'alto delle statali alle valli avvolte dalla nebbia dell'Atlantico. Sapevo di essere vicino, ma non sapevo quanto. E nonostante da questo posto magico avessi sentito parlare per anni e ne avessi visto centinaia di foto, non sapevo cosa aspettarmi. Di notte c'è la marea? Rischio di finire in acqua a un certo punto? Dai, no, cazzo, metteranno dei cartelli. Non si vede un cazzo in questa stradina, so di essere in mezzo ai campi perché nelle curve il faro li illumina, ma non si vede una mazza. E se finissi in acqua ora? Come ne uscirei? Da queste domande è chiaro che del mare di notte ho sempre avuto un terrore reverenziale, credo sia una delle mie poche paure. E pure parecchio stupida. A Tofino, un annetto fa, ero andato in spiaggia a fare delle foto, e l'acqua aveva lasciato segni del suo passaggio a oltre cinquanta metri dalla riva. Tornato di notte nello stesso posto per scattare delle foto, non sono riuscito ad avvicinarmici perché sentivo le onde del Pacifico vicinissime ma non riuscivo a vederle, la sabbia sotto i miei piedi era umida e non capivo se ero al sicuro. Di sicuro c'è che ho dei problemi, io.
Alla fine, beh, chiaramente non sono finito in acqua. Ho trovato questo tavolo di legno con le panchine, ho srotolato il sacco a pelo e mi ci sono infilato. Al mattino, ho messo in moto la Vespa, mi sono rimesso sulla strada, e superata una macchia di alberi sulla mia destra mi sono reso conto che avevo dormito praticamente sotto l'abbazia. In cinque minuti ero all'inizio dell'istmo. Croissant e caffè (neanche a dirlo, peggio del croissant, sembra impossibile ma...), percorro cinquanta metri con la Vespa che borbotta e trema per l'emozione (lei, non io, eeehh), mi fermo prima di un gruppo di turisti che camminava verso il Monte, e scatto quella foto con la stoica gigitale usa-e-getta. Quante cose ha visto quella macchina.
A parte questo momento e pochi altri (la pioggia per tutta la Borgogna e poi quasi fino al ferry di Calais, la ricerca di un benzinaio nel cuore della notte a Canterbury dopo aver seccato anche la tanichetta delle Grandi Emergenze, la cassiera di cui mi sono innamorato a un distributore dopo Besançon – dove tra l'altro stavo per menare un francese imbecille a bordo di una macchina francese, per la serie non c'è limite al peggio – la sosta ad Aosta per serrare un paio di viti del carburatore prima di affrontare il Gran S. Bernardo, tutta Londra dal mio arrivo al mio perdermi nel cuore della notte alla ruota bucata ai giri e alle cene francesi e le gallerie e i musei gratis fino alla ripartenza), il resto del viaggio è stato un unico grande confuso turbinio di aria nel casco, pensieri che non riuscivo ad afferrare né a seguire ma solo stare a guardare come uno spettatore, rifornimenti, parolacce, freddo autunnale in pieno agosto, rifornimenti, chilometri e miglia sui cartelli che volavano via, rifornimenti, gas aperto a manetta tutto il tempo come uno che ha fretta ma si sta prendendo tutto il tempo del mondo.

Poi sì, solite cose, nuovo lavoro che però ancora non s'è capito cos'è (e se mi pagheranno), computer che s'è scassato e me l'hanno praticamente quasi del tutto sostituito (in garanzia, santa AppleCare!), amici che meno male ci sono sempre sennò chissà dov'ero adesso, telefono con l'Alzheimer che ogni tanto cancella rubrica e messaggi senza preavviso lasciandomi con un utilissimo telefono ripristinato alle impostazioni di fabbrica quando sono a decine di chilometri da una qualunque forma di civiltà, disordine imperante (ma ho la scusa del trasloco recente da poter sfruttare ancora per un po'), marmitta della Vespa che ogni volta che torno dalla bisteccata Toscana (non importa che Vespa abbia, succede col Primavera, succede col PX) mi si smolla intorno a Maranello (invidia del pene, forse?), ho fatto la tessera dell'ATM e sono diventato un potenziale futuro abbonato (ma non mi sento ancora pronto per diventare loro cliente fisso), varie ed eventuali.

Credo sia ora di andare a dormire, s'è fatta una certa. E, a proposito, non ho ancora capito perché Blogspot non riesce a concepire il fatto che (da tempo) sono tornato in Italia e non sono le sette del pomeriggio...


Foto: mistone trimestrale
Macchina: la gigitale usa-e-getta sta morendo ma tiene duro
iTunes: David Bowie - Ashes To Ashes (che, ho scoperto, è di una buona annata)

3 Responses to “Tre post al prezzo di uno”

  1. # Blogger *A*

    Poi mi dicono che sono una persona impaziente. Non sanno che riesco a leggere FINO ALLA FINE i post 3in1 prima di andare a lavoro,nei minuti ritagliati tra il lavaggio dei piatti e la doccia.

    Cosa vuol dire Zocca?

    E cosa ti ha spinto a dare la benedizione alla genitrice? (così, pura curiosità)  

  2. # Anonymous mawiapia

    fiore con la zeta: zinnia.
    il fatto che ti riesco a leggere fino alla fine in un fiato e' preoccupante.  

  3. # Anonymous punic

    Sono tutti preoccupati perché riescono a leggerti fino in fondo.
    Allora dovrei elevare al cubo il valore già preoccupante del mio personalissimo tasso di preoccupazione:
    -Leggo i tuoi post(er) fino in fondo.
    -Attendo con ansia che tu ti decida a pubblicare i tuoi post(umi) per leggerli fino in fondo.
    -Sto leggendo il tuo post(ulato) fino in fondo nientemeno che dal mio veeeeeeeeeeeeeeechio PC, il mitico 166MMX, 32Mb di Ram e poco più di disco duro, Winzozz 98 e IE 5. Sì, proprio quello delle prime (hot)mail e dei primi "Errore irreversibile di sistema".
    P.S. Sniff!!!
    P.P.S. Sono appena tornato da Foggia. È (almeno fino alla mezzanotte di oggi) il compleanno di mia sorella.  

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