
Sarebbe bello, dopo essere andati a dormire alle 6.00 (AM, già) per finire di studiare le centoventisette pagine di due capitoli del manuale-mattone di FinalCut Pro Six, essere svegliati dolcemente da una fanciulla che ti sussurra "il caffè è pronto"...
Ma in fondo svegliarsi alle 7.40 con cinquantacinque minuti di ritardo sulla tabella di marcia standard per la lezione di montaggio video delle 8.30, mettere su il caffè imprecando e dopo cinque minuti sentire il coinquilino canadese che urla "done!" mentre ti sei addormentato in bagno è sempre meglio di niente.
Promemoria: se non usi la caffettiera per dieci giorni, il caffè delle 7.50 non farà schifo. Di più.
Foto del: 29 luglio 2007, Parma dopo la pioggia
Macchina: Svedese. Urca, il primo post quadrato!
La condivisione musica di iTunes: aiuta a scoprire canadesi a scuola che ascoltano Venditti. Gesù.

Ok, ho capito tutto.
Sono uscito di casa, e mentre attraversavo la strada sono passato davanti alla macchina rottame del mio coinquilino.
Improvvisamente, hai presente Proust e i biscottini che gli ricordavano la nonna, la zia, o che cacchio era? Le madaleine, o quella roba lì.
Quella, esatto.
Odore di grasso marcio.
Quello buono, però, hai presente?
Quello che lo annusi e... vabbè.
Ho sentito quest'odore e ho pensato improvvisamente che non è una questione di Vespa o non Vespa.
È che da quel dannatissimo 14 ottobre 1998, giorno in cui, alle 19.07, ho preso la mia dannata patente, io non sono mai, e dico mai, stato più di sedici giorni senza guidare qualcosa.
Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa con un motore e non con dei pedali.
Si può essere in astinenza dalla guida?
Chiamate un dottore, presto. Ma per carità, fatelo venire in macchina.
Foto di: credo fine 2006, l'ho presa dal mio Flickr senza guardare
Macchina: gigitale usa-e-getta
Uh, che bello: scrivo su un MBP gemello del mio e dal MB vicino suona Norah Jones.

Gironzolo per la città con gli auricolari nelle orecchie che coprono il rumore del (lieve) traffico, ho in mano una busta con due riviste appena comprate, e oltre al portafogli alleggerito di trenta dollari, mi sento anch'io leggero leggero.
Esco da Chapters, la Feltrinelli canadese, e attraverso Granville Street seguendo le strisce pedonali che diversamente dalle nostre non sono proprio strisce ma linee lungo il percorso, e penso che sto bene.
So che dovrò aspettare al massimo cinque minuti, e poi prenderò il 9 o il 99 che mi porteranno su Main Street, dove cambierò col 3 che mi porterà sotto casa.
La mia casetta in canadà, già.
Se c'è una cosa che mi fa star bene, quando vado in un posto, se c'è una cosa che adoro fare, quando visito o vivo in una città, è questo.
Amo sentirmi a mio agio, amo capire le dinamiche della città, impazzisco nel comprendere cosa succede, come, dove.
Sapere che se sono a Kitsilano Beach devo andare a est per tornare a casa, sapere con certezza (ma la certezza esiste davvero, allora??) che il 4 va a Powell o all'UBC e di 17 ce ne sono due, ma io posso prendere quello che arriva prima.
La prima volta che ho dovuto ambientarmi da solo in una città nuova è stato (1, 2, 3... 6... 10... azz...) quattordici anni fa.
Iniziavo il liceo, proprio in questi giorni, alla radio trasmettevano ancora "All that she wants", uno dei tormentoni dell'estate 1993 (anche se io preferivo "Chicco e Spillo", la parolaccia alla fine mi aveva colpito particolarmente).
Cominciava la mia prima avventura da pendolare, quindici chilometri di autobus (mitico Peppino l'autista!), e giornate intere passate fuori casa: finite le lezioni, percorrevo il mio miglio scarso con lo zainone in spalla, la custodia del violino a tracolla e il panino in mano, per andare al Conservatorio di Musica a farmi maltrattare.
Il primo giorno non fu facile, ma ebbi la fortuna di farmi guidare da una splendida ragazza fino a destinazione, e per le prime volte imparai la strada a memoria.
Ma si sa che la routine uccide, e pian pianino, quando avevo più tempo, cambiavo strada, cercavo scorciatoie, mi perdevo, scoprivo posti nuovi, e in cinque anni finii per conoscere la cara vecchia Monopoli come le mie tasche, meglio del mio paesello di cui non conoscevo i nomi delle strade nonostante ci vivessi da diciotto anni.
Ovviamente gli orizzonti si allargarono con l'arrivo della patente, e certe conoscenze che erano preclusi ai giovani pedoni solitari si rivelarono scoperte che nemmeno l'uomo sulla Luna poteva vantare (il centro storico, le spiaggette fuori mano, la precedenza a destra).
Fu grazie alla patente che, tre anni dopo, imparai a conoscere la "mia" seconda città.
Si parla di metropoli qui, eh, attenzione.
Bari, la città che il mondo ci invidia, che Parigi ci copia, che gli albanesi ci sbarcano.
Il mio secondo lavoro (stavolta pagato) mi portò a scoprire la bellezza dei paesaggi campestri pùglici e la lentezza delle Ferrovie Sud-Est, spingendomi coi primi guadagni ad acquistare la tanto agognata Vespa.
Essa arrivò in un uggioso pomeriggio di ottobre, ricordo ancora l'emozione di vederla nel mio box.
Da quel trenta ottobre duemilatre la mia vita non sarebbe stata più la stessa: addio treno, arrivederci ingorghi in macchina, addio per sempre bicicletta, Bari si svelava piano piano nelle lunghe pause pranzo, e ben presto divenne per me stretta.
Prima l'Italia, poi il mondo!
C'è sempre una prima volta (per tutto? Per tutto), e per la prima volta, il 18 ottobre dell'anno successivo, caricavo la Vespa per il mio primo trasloco.
Mica un trasloco da niente, un trasloco (che in spagnolo effettivamente acquista ben altro significato)!
Ci misi due giorni per arrivare a Milano, come sempre la tappa a Perugia fu mistica e storica insieme (c'era l'Eurochocolate in quei giorni, più mistico di quello!), e il secondo giorno la pioggia accolse degnamente il mio ingresso a Nord, accompagnandomi gentilmente per tutto il tragitto senza avere la scortesia di abbandonarmi per un solo minuto.
Milano l'ho "imparata" in Vespa. Le due ruote sono talmente fondamentali per me nella città meneghina, che coi mezzi non ho mai imparato a muovermi decentemente.
Posso trovare in pochi minuti la via più breve da Crescenzago a Precotto, da Cadorna a Zara, da San Donato a Centrale, ma per me questi restano solo riferimenti geografici, non certo fermate della metro. Per non parlare dei fantomatici mezzi di superficie, oltre ai due autobus e all'unico filobus che sono stato costretto a prendere nei quattro anni a Milano, conosco solo il giro del 29 e del 30, e tuttora mi confondo sulla direzione di ognuno.
Però ho imparato a sfatare i miti milanesi per eccellenza, e a entrare nella mentalità della città.
Che è proprio quello di cui parlavo all'inizio.
Milano è rotonda e concentrica, per andare da un punto A a un punto B non importa a che distanza di trovi, è sempre dall'altra parte della città, a Milano c'è sempre traffico, i milanesi alla guida sono tutti nervosi, eccetera eccetera.
Cosa ho detto prima? Il mondo?
Ok, il mondo. Infatti, eccomi qua.
Vancouver è una città strana, diversa, vanno tutti in bici e non c'è una discesa, gli autisti degli autobus (quesi tutti elettrici -gli autobus, non gli autisti- ) sorridono e ringraziano quando sali, puoi pagare il biglietto sul bus ma solo coi soldi esatti (2.25 dollari, nel caso passiate da qui), gli autobus si abbassano al livello del marciapiede per far salire le vecchine, hanno la rampa per le carrozzine e il portabiciclette sul muso, gli autisti non hanno mai fretta e scendono dall'autobus per indicarti con precisione la strada da prendere per andare dove devi andare.
Puoi chiamare un numero che ti dice a che ora passerà il prossimo autobus dalla fermata in cui ti trovi, e se il sito ti dice di fare un giro strano per arrivare in qualche posto, c'è un perché, ma soprattutto le tabelle orarie spaccano il minuto.
Sono sceso dal 9 e ho trovato dietro l'angolo il 3 che mi aspettava, ho fatto la spesa e i surgelati hanno retto sedici isolati grazie all'autobus che è passato dopo due minuti.
So che se vuoi andare al parco più grande di Vancouver, puoi cambiare autobus a Chinatown, ma poiché a certi orari non è consigliato, puoi scendere prima che tanto è uguale.
Poi capita invece che, come ieri sera, finisca di bere una birretta in un locale tra la quarta e McDonald (è una strada, non un famoso fast-food preso come riferimento), e aspetti quaranta minuti l'84 nonostante la tabella della fermata dica che passa ogni dieci minuti. E quando dopo quaranta minuti ancora non è passato e le batterie del lettore mp3 cominciano a dirti che dovrai farti il resto del tragitto solo coi tuoi pensieri, decidi di prendere il 4, il 99, il 3, e così via.
Ma nel breve black-out tra low battery e il brano successivo, ti capita di pensare che, se qui a Vancouver avessi la mia Vespa, questa strana e diversa città potrebbe decisamente essere "my cup of tea".
E nel duecentesimo post di questo
Foto di: qualche settimana fa, colazione multinazionale, caffè americano
Macchina: gigitale usa-e-getta (certo che è viva, che domande sono?)
Obviously: Jamiroquai - "Corner Of The Earth"
Se sei a Vancouver e per due giorni non hai un cacchio da fare (come nell'ultimo mese, del resto), decidi di prendere un autobus lentissimo e attraversare il confine con gli Stati Uniti. In fondo dista solo una quarantina di miglia, che ci vuole?
Città della musica, città di confine, città regina, l'ingresso all'alaska, l'ingresso al pacifico, la città smeraldo, la chiamano in tanti modi, ma Seattle è alla fine Seattle. La città più popolata del nord est degli USA, luogo natale del grande Jimi Hendrix, già a giudicare dai numerosi soprannomi, promette bene.
La sveglia suona alle 5.45, ma in realtà ero già sveglio: se si va a dormire alle 2.30 non si può certo pretendere di addormentarsi serenamente sapendo di dover uscire di casa alle 6.45, no?
Mi alzo con calma, faccio colazione (abbondante), sbrigo le quotidiane faccende burocratiche in bagno (avendo cura di non lasciare nulla in sospeso), esco alle 6.44 con mia grande meraviglia.
Il 3 è in anticipo, oppure sono io talmente in anticipo da riuscire a prendere quello che passa prima, in ogni caso il QuickShuttle per Seattle partirà dal centro città alle 8 e bisogna essere lì 15 minuti prima, meglio arrivare un po' prima.
Arrivo al primo cambio autobus alle 7.05, e mi rendo conto che nella peggiore delle ipotesi sarò all'appuntamento coi miei compagni di viaggio con mezz'ora di anticipo, quindi decido di non prendere il 19, e preferire lo SkyTrain che mi porterà un po' più lontano, ma mi permetterà una passeggiatina lungo Robson Street, la via dello shopping, e di godermi una volta tanto i marciapiedi svuotati e i negozi chiusi.
Arrivo all'appuntamento alle 7.20, riuscendo purtroppo a perdere solo cinque minuti sulla mia lenta tabella di marcia (ho preso la camminata veloce dal babbo, pazienza), entro in uno Starbucks (ce n'è in media uno ogni due isolati) e prendo un
Sorseggio il caffè, ha la temperatura dell'inferno e ci metto venticinque minuti. Che palle, sono ancora in anticipo!
Sono abituato a essere quello che fa sempre aspettare, tutti mi odiano, di solito mi danno gli appuntamenti mezz'ora prima ma io riesco a essere in ritardo di un'ora, oggi forse ho esagerato col calcolare i possibili imprevisti (quando ho fretta e sono in ritardo solitamente si rompono gli autobus, girano i film per strada, piove, arrivano gli uragani, le cavallette, i cinesi).
Resto seduto al tavolo, e quando vedo i compagni di viaggio uscire dal portone di casa mi unisco a loro.
Ovviamente ci toccherà aspettare trentacinque minuti l'autobus che è in ritardo, e che da ora in poi sarà chiamato LateShuttle.
Al confine americano ci prospettano uno scenario da incubo, scendete dal bus, mettetevi in fila, prendete tutti i vostri effetti personali, compilate il modulino con le domande stupide, mettetevi in fila (di nuovo), attendete di essere chiamati, rispondete alle domande della polizia, preparatevi a svuotare le borse, le tasche, e a offrire il deretano per l'ispezione.
Aiuto.
L'ufficiale Sullivan è gentilissimo, guarda il passaporto, ritira il cartoncino bianco con le risposte stupide, me ne dà un altro verde da compilare, io lo compilo, torno, lui lo strappa a metà e me lo salda al passaporto, mi prende le impronte digitali degli indici, mi fa una fotografia con la webcam, mi dice "enjoy your stay".
Non mi guarda nelle tasche, non mi chiede quanta droga assumo, non mi domanda cosa ci faccio con due macchine fotografiche e quattro obiettivi e un portatile e due mutande, uffa.
Salgo sull'autobus e mi metto a dormire, quest'America non è entusiasmante come raccontano nei film.
Seattle ci accoglie con la pioggerellina tipica del nord-ovest.
La stessa che avevamo lasciato a Vancouver, ma un po' più americana.
Smette quasi subito, meno male.
Andiamo in albergo, la signorina gentilissima chiede se vogliamo il wireless in camera, ma certo che lo vogliamo! Eh, purtroppo non ce l'abbiamo, ma se volete vi do una stanza dove il segnale dalla reception arriva un po' meglio. Ah, grazie.
Inutile dire che di segnale in camera non ce n'era nemmeno col pensiero, ma almeno ci siamo goduti la meravigliosa vista parcheggio (invece della vista autostrada che c'era dall'altro lato) e la stanza non fumatori coi buchi delle sigarette sulle coperte.
Le meraviglie degli hotel una stella e mezzo in centro città, eeehh...
Abbiamo fame, l'autobus è arrivato alle 2 invece che a mezzogiorno e mezzo, e dopo aver camminato per venti minuti troviamo un coso messicano che sembra decente.
No, non è decente, ma l'acqua è gratis e io faccio il bis del doppio taco minuscolo nonostante ci sia una salsina orrida e verde che ho chiesto di nonmettereperfavore, la fame è fame e in giro non vedo un posto umano neanche a parlarne.
Pike Place Market è... un mercato.
Gente di Seattle, venite a Castellana Grotte il sabato mattina, a Monopoli il martedì, a Polignano A Mare il giovedì, e vedrete che il fatto di avere il primo Starbucks a cui tutti fanno fotografie e nessuno compra niente non è da fighi, è da americani. Il mercato ce l'abbiamo pure noi, non ci sono i dolci alla cannella che appestano l'aria e il turco che prepara il piatto tipico, ma c'abbiamo Mimino che grida "signooo', mutande, tre paia a cinquemilalire! Signo', che affare, signo', suo marito la ringrazierà! Solo cinquemilalire, signo'!".
Ogni tanto mi viene la nostalgia, ehm.
Comunque, dicevo: il mercato, ok, carino, c'è un sacco di roba, le donne del gruppo erano fuori di testa. Io, col mio zaino in spalla che pesava tredici chili, un po' meno.
Fighissimo il giro sotterraneo, interessantissima la storia (raccontata da un attore simpaticissimo che ci faceva da guida e parlava velocissimanente raccontando leggende e aneddoti stranissimi) (sì sì, ok, ho finito con i superlativi), mille le foto che ho fatto nel sottosuolo.
"Long stry short", come dicono da queste parti: la parte centrale della città, con le sue costruzioni in legno, era stata completamente distrutta da un incendio nel 1889, e invece di radere al suolo i resti e ricostruire tutto da capo, quei matti del Comune avevano ammucchiato la polvere in mezzo alla strada, compattato il tutto, e ricostruito la strada un piano più in alto. Il marciapiede era rimasto però al livello precedente, e la gente era costreta a salire le scale ogni volta che voleva attraversare la strada, e a ridiscenderle dall'altra parte. Le signore di fine '800 non erano contente dei cavalli ai lati della strada che sfidavano i loro sottili ombrellini con piogge non propriamente "fresche", e in generale troppe persone cascavano giù dagli oltre cinque metri di "gradino", quindi dopo un paio d'anni fu deciso di creare dei nuovi marciapiedi al livello della strada, trasformare il primo piano dei palazzi in piano terra, e creare i primi centri commerciali sotterranei del mondo.
C'erano anche i quadratini di vetro nel tetto, per far arrivare il più possibile la luce naturale al "piano di sotto".
Per la cronaca: se volete vedere una cosa del genere, ce li abbiamo anche a Castellana. Davanti al negozio di papà, se proprio avete voglia di farci un giro. 'sti amerregani ci copiano proprio tutto, eh!
Tornando a Seattle e alla sua Underground Story, visto che pioveva sempre, la gente preferiva il sottosuolo alla strada, e ben presto questo fu chiuso per il diffondersi della Peste Bubbonica.
Anche a Castellana ci siamo arrivati prima, noi la Peste l'abbiamo fregata nel 1691, umpf.
Ok, basta divagare.
Chiaramente il tour finisce nel negozio di souvenir, che ho saltato a piè pari in favore di una panchina.
A Seattle ci sono anche un sacco di negozi interessanti, tra cui Ye olde Curiosity Shop, che oltre ai soliti oggetti e oggettini in vendita, espone una collezione di amenità veramente incredibile, dalla mummia di un uomo trovato nel deserto nel milleottocentoqualcosa, agli squali in formalina, i semini messicani che saltano, e una signorina alla cassa che mi sono sognato stanotte (cuoricino e musica romantica).
Un pub irlandese a Seattle, cosa può avere di speciale? Internet wi-fi aggratis per i clienti. Due dollari per una cocacola alla spina, e quando svuoti il bicchiere te lo riempiono senza sovrapprezzo. Va a finire che mentre controlli la posta e cazzeggi su internet secchi tre bicchieri, per un totale di un litro e qualcosa, e una volta uscito dal pub saltelli per tutta Seattle alla ricerca di un bagno.
Poi lo Space Needle, quel coso spaziale (spaziale? Maddechè) alto non so quanti metri. Un casino. Dovevo ancora fare la pipì, e ho dovuto girare intorno tre volte per trovare il bagno. Che era dentro. Poi una volta dentro ho fatto tre volte il giro per cercare la biglietteria, che invece era fuori. Altri tre giri per capire da dove si prendeva l'ascensore, per poi scoprire che bisognava imboccare una rampa che portava (con due giri, olè) al piano superiore, dove un signore scazzatissimo controllava il contenuto degli zaini con una torcia. Quando ha visto il mio, dopo aver controllato una sola delle centoventidue tasche, ci ha rinunciato e ha detto "vabbè".
Sì, proprio "vabbè" ha detto. Chissà che significa nell'inglese americano di Seattle.
La vista dall'alto è niente male, peccato che di sera 'ste città siano tutte uguali: lucine ovunque, qualche grattacielo qua e là, un laghetto o un lembo di oceano che occupa un altro lato, il McDonalds sotto di te.
A Castellana se sali sulla torre delle Grotte non c'è il McDonalds, almeno. Cioè, l'ultima volta che ci sono stato non c'era, dovrei rifarci un giro per controllare.
Il wireless nella reception dell'albergo non mantiene le promesse, la velocità di punta è 5,6kBps e non riesco a telefonare dal computer per fare gli auguri a due cari amici che si sposano alle 10.30 italiane (in realtà volevo far cambiare loro idea all'ultimo minuto, e allora?). Smanetto con le impostazioni, riesco a ottenere una linea decente. Lo sposo non risponde, ho speso sette euri facendo un giro di telefonate che sembrava questo spot qui, alla fine sono riuscito a raggiungerlo tramite il telefono di uno dei pochi amici che era già in chiesa con lui e aveva ancora il telefono acceso.
Due ore nella reception deserta. A parlare da solo con un computer.
E l'amico non ha nemmeno cambiato idea, l'ANSA dice che s'è sposato lo stesso.
Il risveglio, dopo poche ore di sonno, è stato un dramma.
Non credete alle descrizioni degli alberghi su internet, mai.
"Colazione continentale", c'era scritto. Ok, l'hotel è cheap, ma se c'è scritto colazione continentale io mi aspetto come minimo un assortimento vergognoso di omelettes, bacon dappertutto, succo d'arancia come se piovesse succo d'arancia, crostini di pane su cui spalmare burro e marmellatine in scatola, caffè annacquato e latte caldo e cereali, e invece cosa c'è?
Non lo so, non l'ho ancora capito, a parte dei cosi gommosi su cui spalmare un philadelphia dei poveri, caffè cartonato, thè che non ho voluto assaggiare. E basta. Ah, no, c'erano anche dei semini di qualcosa che però non so dove si mettessero (non si accettano suggerimanti, no, proprio no, grazie).
Il mio prossimo albergo lo voglio con la colazione interstellare, in proporzione dovrebbero avere in più come minimo una gallina che ti fa le uova fresche su richiesta.
A due isolati dall'albergo c'è l'Experience Music Project, vale la pena darci un'occhiata. Non si potevano fare le foto all'interno, mannaggia. E bisognava lasciare lo zaino all'ingresso, la signorina stava per morire quando l'ha tirato fuori dallo scaffale per restituirmelo, per quanto pesava.
Non ho capito bene la definizione da dare a questo posto, è a metà tra un museo e una mostra multimediale, con esposizioni, sale prova con strumenti a disposizione dei visitatori, un palco per le esibizioni live, un'installazione interattiva, e altre cose parecchio interessanti. Bisogna andarci. E se, nonostante la sua espressione strana, il tipo della biglietteria mi ha fatto lo sconto studenti alla vista dell'inutile tesserino IED, vuol dire che lo sconto possono averlo proprio tutti. Coi quattro dollari risparmiati ho preso cinque dollari di schifezze al MerDonalds lì vicino, che meraviglia. Ci ho aggiunto un dollaro, e allora? Li dovevo pur finire 'sti dollari...
Il ritorno è stato palloso ma ho ammazzato il tempo guardando un film sul portatile, ascoltando Jimi Hendrix col lettore portatile sfigato che voleva propinarmi a tutti i costi i Led Zeppelin, guardando il tramonto prima di superare il confine canadese, sonnecchiando fino a Vancouver.
Ero distrutto, volevo solo tornare a casa. E ho dovuto aspettare venti minuti il 19. Che è passato senza fermarsi mostrando la scritta "Sorry - Bus Full". Il successivo è arrivato dopo altri 25 minuti, e ha raggiunto a un incrocio il 3 che mi avrebbe portato a casa.
Quando succedeva le altre volte, l'autista si fermava alla prima fermata utile, e mentre correvo verso l'autobus davanti (sono tutti filobus, non possono sorpassarsi a vicenda), distraeva l'autista davanti a lui a colpi di clacson e abbaglianti, dandomi il tempo di raggiungerlo.
Questa puttana malefica, invece, mi fa: no, qui non posso farti scendere. Aspetta la fermata. Ovviamente, il mio 3 che ci precedeva non si è più fermato perché era vuoto (le fermate sono solo a richiesta), e io ho dovuto aspettare altri 40 minuti per l'autobus successivo. Conclusione meravigliosa, già.
Se fossi stato a Castellana questo non sarebbe successo.
Però quando dici "sono stato a Seattle" ti senti parecchio più orgoglione, eh? Azz, se ti senti orgoglione.
Foto di: ieri mattina, featuring Space Needle, la monorotaia, Experience Music Project
Macchina: gigitale nuova, che ha lottato strenuamente contro la Svedese
La colonna sonorea prevede: Fire - Jimi Hendrix





