Paco & i suoi Mondi


La merda non è poi così brutta come la si dipinge


Il tipo della revisione mi ha visto arrivare, e ha detto che se non lavo la Vespa non me la guarda nemmeno da lontano.
Spero che piova, stasera.

Dunque, da quant'è che non scrivo un po'?
Da parecchio, sembra...
Ma non è (una volta tanto!) per pigrizia.
Ok, lo so che non sono l'unico che ha delle cose da fare, ma il problema è che qualche tempo fa avevo deciso di aprire questo "posto", che sarebbe dovuto essere una specie di deposito di idee, di frasi, di cose (mie). Ovviamente il tutto sarebbe stato sempre accompagnato da una foto in apertura per indicare (o che almeno ci provasse, visto che immagini e testo sono due cose che si associano in modo assolutamente soggettivo) il mood del post che mi accingevo a scrivere.
Quando ho poco tempo per fare foto, anche se avrei tante cose da dire, ho il grosso limite di non sapere da dove cominciare.
E finisce che rimando, rimando, dimentico, rimando, ricordo, e infine scrivo. Nel frattempo passano i lustri.
Questa foto mi ha ispirato appena l'ho vista, iTunes ha scelto immediatamente l'album azzeccato, il cielo ha cominciato ad annuvolarsi, e forse anche i pianeti si sono allineati nel modo giusto.

Ho finito di fare le pulizie, poco fa.
E mi sono accorto che sotto il pesante strato di polvere, anche Milano è colorata.
Penso che se a un certo punto tutti si mettessero a pulire furiosamente tutto quello che questa città contiene, dopo che l'immenso polverone sarà stato spazzato via dal vento, sarà tutto colorato, sarà tutto immensamente splendente, e la shiny happy people che cantano quei tre matti là si riverserebbe per le strade come impazzita, senza bisogno di vincere un campionato, i mondiali, le olimpiadi, i giochi senza frontiere.

Non so perchè, ma ora che ci penso ogni volta che scrivo qui mi viene voglia di dire che ho voglia di partire per un viaggio.
Forse è solo perché ho sempre voglia di partire per un viaggio, ehm...

Che bello, le nuvole stanno saettando abbestia.

Pigiamino è defunto, dopo meno di un anno e mezzo di fedele servizio.
E' stato prontamente sostituito (ahimè, mi sono scoperto telefonodipendente per necessità) da un telefono il cui nome finisce per "sport".
Io, con un telefono il cui nome finisce con "sport".
Cioè, dico, non c'è più religione.
Ma ha un sacco di cose fighissime la cui figaggine è palesemente inversamente proporzionale alla loro utilità, ma io quando ho tra le mani una cosa tecccnologggica impazzisco (soprattutto se non costa troppo).
E sì, lo ammetto, sono anche fiero possessore di una t-shirt di Google, che mi ha regalato il mio amico che lavora in California.
Sono un nerd di merd, evviva.

Il cielo è nero, gioiamo tutti insieme per la pioggia prossima a venire.

Tre settimane senza Vespa mi hanno fatto malissimo.
Da ieri ho ricominciato a cavalcare il mio stupendo e ultratrentenne rottame fumante, ma ancora non me ne capacito.
Oggi ho dimenticato il casco: in aula magna, al bar, in piadineria, in sala di posa, in aula magna, al bar, in aula magna, nell'aula 38, a casa mentre andavo al supermercato, al supermercato mentre tornavo a casa. E poi per fortuna non sono più uscito, altrimenti l'avrei dimenticato, chessò, in piazza Duomo o ai giardini di Porta venezia o dentro al Toti.

Manitù Manitù, la pioggia buttaci giù.

Al lavoro mi hanno comprato uno Sporco Piccì nuovo.
Che (nonostante avessi chiesto un MacBook, povero illuso) è praticamente sfigato come quello che mi avevano comprato ventisette mesi fa, ma come si dice, a caval donato prestato non si guarda in bocca.
(chi ha conosciuto Donato il cavallo alzi la mano, per favore)
Comunque, il punto è che non ho ancora avuto tempo per installarci tutti i programmi di cui ho bisogno per lavorare (e per cazzeggiare, anche), quindi è acceso qui di fianco a me da più di una settimana e io continuo a usare ad abusare del vecchio, che davvero c'ha la lingua di fuori ormai da mesi.

Le zanzare della Martesana volano basse, significherà qualcosa.

Trovo veramente difficile credere che in questa stessa casa dove quattro mesi fa si moriva di freddo ora ci siano ben ventotto gradi e mezzo.
"Sudato che farebbe schifo a un piede" mi fa molto ridere quando Max la canta in questo momento, ma se rido poi sudo e non va bene.
Avere una stanza luminosa grazie al sole che ci batte davanti tutto il giorno non è molto salutare per uno come me che dovrebbe vivere in Scandinavia, ammesso che riesca un giorno a capire dove si trova la Scandinavia.
Da quello che mi hanno raccontato dev'essere da qualche parte a nord.
Io nei posti finché non ci vado non so dove si trovino.
Anche Milano, ammetto di aver avuto sempre seri problemi a cercarla sulla cartina a colpo d'occhio almeno fino a quel famigerato ottobre del 2004.
I primi tempi guardavo le previsioni alla tivù e non facevo in tempo a capire se le nuvolette con la pioggia fossero qui o a Verona.
Fortunatamente le precipitazioni medie stagionali fugavano rapidamente ogni dubbio, ma solo dopo che ero a chilometri da casa in Vespa e senza antipioggia.

Rombi luminosi sopra la mia testa preannunciano il diluvio universale, scendiamo tutti in strada a fare la danza della pioggia.

Ho trovato in soli tre giorni il nuovo coinquilino, dopo decine di telefonate dalle persone più svariate e lente e inconcludenti è piovuto dal cielo lui, è venuto immediatamente a vedere la stanza, e il giorno successivo mi ha telefonato dicendo "ok, la prendo".
Sembra un tipo tranquillo, lavora, spesso è fuori dall'Italia, pare simpatico, e ha senso pratico.
Quando arriva saprò una volta per tutte se la prima impressione è sempre quella sbagliata.

Il vento soffia fragoroso, la tempesta si scatena fuori dalla mia finestra.
Cantiamo inni di lode al dio della pioggia, perché se tutto va come dovrebbe andare e durante la notte viene giù il cielo, domani faccio la revisione alla Vespa.


Foto de: l'otto aprile, fotografavo palloncini pieni d'acqua lanciati in aria (sì, sono un cretino)
Macchina: EOS 5 + 28-80mm, Fuji PRO160S scannato e croppato selvaggiamente
La Cantantessa è: confusa e felice. Io per ora solo confuso, ma so aspettare.

Rotto


Casa-fermata metro, a piedi, dodici minuti.
Attesa metro, tre minuti.
Tragitto in metro, dieci minuti.
Attesa tram, quindici minuti.
Tragitto in tram, quindici minuti.
Sosta al laboratorio per rititare le pellicole sviluppate, cinque minuti.
Tragitto a piedi fino alla fermata più vicina, cinque minuti.
Attesa filobus, cinque minuti.
Tragitto filobus (con guida sportiva che per poco una vecchietta non moriva d'infarto mentre si cercava di non entrare nel culo di una citroen), dieci minuti.
Attesa autobus, quindici minuti.
Tragitto autobus, dieci minuti.
Tragitto a piedi dalla fermata a scuola, tre minuti.
In Vespa ci avrei messo un terzo del tempo, ma non importa.
La Vespa ha la frizione cotta e l'ho messa a riposo in attesa dei dischi nuovi, non importa.
Quello che importa è che il tizio che avrebbe dovuto fare lezione si era dimenticato di venire a scuola, stamattina.
Umpf.
Almeno non mi sono beccato un ritardo, va'.

Comunque.

La notizia è che in una simpatica e mite città sulla costa sud-ovest del Canada c'è una tipa di nome Erin che ha deciso di mandarmi una mela, qualche giorno fa, in cui mi scriveva che la mia domanda bla bla bla accettata bla bla bla emily carr institute of art and design bla bla bla course of photography bla bla bla sending documents bla bla bla e insomma a settembre me ne vado per quattro mesi a Vancouver.
E vaffancouver tutti quanti.
No, non voi, state tranquilli.
Ci tengo ai miei (dati dell'ultimo mese, in cui ora che ci penso non ho scritto un cazzo) duecentonovantotto utenti che trascorrono mediamente un minuto e trentuno secondi su questo blogghe del piffero senza lasciare un commento, io.
Quindi niente, negli ultimi tempi non è cambiato niente, ho sempre più gli esami che si avvicinano, ho sempre meno cose pronte per gli esami, ho sempre più caldo, ho sempre meno vespe funzionanti (no, non ne ho mille, ne ho soltanto due, ma entrambe sono momentaneamente k.o.), ho sempre più disordine intorno e nella mia vita, ho sempre meno voglia di mettere in ordine, ho sempre più cose da fare fuori casa, ho sempre meno soldini.
Ah, e poi il coinquilino, che sta ospitando da due settimane un amico, ha deciso che tale amico starà in casa fino a luglio, ma ha deciso di dirmelo l'altro giorno quando c'era anche lui presente, chiedendomi se ci fossero problemi.
Beh, no, gli ho detto, l'importante è che non ci incasiniamo con l'unico bagno che abbiamo.
Ma forse sarebbe stato più corretto chiedermelo prima e in privato, certamente non avrei detto no che tanto è pure un tipo simpatico, ma almeno come prencipio ci stava meglio.
Vabbé, amen.
Ah, e poi stasera mi fa a luglio ce ne andiamo tutti e due io e il mio amico, se vuoi metti l'annuncio della stanza libera.
Mh, ok, gli faccio, quando vai via esattamente?
Non lo so, forse il venti giugno, forse il venti luglio, chissà.
Ah, perfetto, mi piacciono le certezze, che annuncio metto, "libera stanza singola in zona crescenzago ma non si sa quando, astenersi perditempo e curiosi"? L'hai detto alla padrona di casa?
No, glielo dico quando firmo per l'altra casa.
Fico, e il preavviso? E il contratto che è intestato a te?
Boh.
Ma si sa, io sono solo un vecchio brontolone che poi si sfoga qui, su questo spazio reale ma etereo (mille grazie a Moyuzza per la gentile concessione), è inutile puntualizzare su queste cazzate.

Sono stanco, devo andare a dormire, credo che questo post delirante ne sia il sintomo inconfutabile.

A presto, bye.


Foto del: cinque maggio, mentre guardavo perplesso questa cosa guasta da un cliente
Macchina: gigitale usa-e-getta tirata fuori a mo' di microfilm
Mi ispira il titolo dunque ascolto: Jamiroquai - Virtual Insanity

Un signore entra in un caffè. Splash.


27 Aprile 2007, ore 15.46
Tuuu-tuuu-tuu... Pronto Palli, come va? Tutto bene? Sì sì, anch'io bene, grazie. Senti un po', hai da fare... diciamo... nei prossimi quattro giorni? No? Mmm... no, perché stavo pensando di fare un giretto. Sì, certo, in Vespa. No, la Culona è ancora smontata, parto con la Bimba. Sì, il rottame, sì. No, non sono sicuro che riesca a reggere un viaggio lungo, ma chissenefrega. Dove hai voglia di andare? Fa lo stesso, dici? Boh, guarda, io non sono mai stato nel nord-est, sai quelle zone lì, Trieste, il confine, ecco, io pensavo di fare un giretto di esplorazione da quelle parti, ti va? Sì? Ci vediamo a Verona, così da parma tu sei comodo? Ok, a che ora? Mezzogiorno? S.Martino Buon Albergo, all'uscita della tangenziale Est? E poi decidiamo dove andare di preciso, va bene! Ahahah, fantastico, allora a domani, buona serata! Cià!

Comincia così il lungo week-end del mio primo maggio, con una telefonata che secondo me quelli della tim quando leggono i tabulati si fanno due risate.
Decido di partire con una Vespa che ormai è tenuta insieme dallo sporco, e che per questo motivo non ho il coraggio di lavare da agosto, più o meno.
Nessuna mèta precisa, solo una direzione: il Nord-Est, misterioso, affascinante, pieno di storia che per me non è altro che un vago ricordo dei libri di scuola.
Sabato mattina, sveglia alle sei e mezzo dopo quattro ore di sonno, colazione leggera con fette biscottate burro e marmellata come quando ero bambino (sono ancora bambino, lo so, ma allora lo ero anche fisicamente, non come adesso che i pensionati mi cedono il posto sul tram), doccia veloce (...ma chi ci crede?), chiusura zainone, inventario pezzi di ricambio inutili da portarmi dietro per far zavorra, spedalata e si parte.
Compro l'olio per la miscela, faccio il pieno di benzina, imbocco miracolosamente la Paullese senza perdermi e riuscendo a evitare la (a me) vietatissima tangenziale est.
Sono da poco passate le nove del mattino di questo ventotto aprile, la strada è praticamente solo mia, l'asfalto scorre veloce sotto le ruotine, Paullo, Spino d'Adda, Pandino, Soncino, Orzinuovi, Manerbio, Montichiari, Desenzano, e insieme alla Lombardia anche le ultime gocce di miscela finiscono. Sosta benzina, poi Peschiera e la tangenziale di Verona. Mi fermo a bordo strada per chiedere alla cartina dove andare, la tangenziale è una giungla inestricabile di indicazioni geografiche completamente ignote a un Terrone DOC come me.
Arrivo all'appuntamento con mezz'ora di ritardo, come previsto, e un gelato tre gusti seguito da un caffè suggellano a mo' di pranzo l'inizio del Viaggio.
Le due paia di ruote, condotte dai due avventurieri, attraversano il Veneto lungo la SS11, Vicenza, Cittadella, Castelfranco Veneto, Treviso, S.Donà di Piave, non sono altro che nomi da raggiungere a piccole tappe e superare senza fermarsi mai, se non per fare pipì, rabboccare cinque euro di miscela, mangiare l'ennesimo gelato, fare qualche foto ai colori della primavera.
SS14, Portogruaro, Latisana, Cervignano, Monfalcone, ultima sosta benzina mentre la luce comincia a scemare e l'aria si fa fresca.
Trieste, l'ostello è pieno (che strano!) e i campeggi cittadini ancora chiusi, ci dirigiamo poco oltre il confine Sloveno, fino ad Ankaran.
Venti euro per una piazzola mi sembrano più che onesti, considerando che a dieci metri dalla tenda abbiamo il mare sloveno e un panorama incredibile sul Golfo di Trieste... (oltre che il bagno, ovviamente, eheh)
La tenda comprata dall'amico Palli il giorno prima non è corredata di istruzioni, ci arrangiamo quindi a montarla al buio seguendo l'intuito. Per fortuna un ingegnere e un cretino riescono a fare miracoli quando si tratta di unire i cervelli (cervelli? Eh? Cosa?).
La simpatica signora alla reception, dopo averci chiesto le carte d'identità, aveva chiuso tutto, e siamo stati costretti a restare in Slovenia per cena. Tutto sommato però non ci siamo lamentati delle abbondantissime pizze accompagnate da una buona frittura di calamari freschi e patatine, a soli diciassette neuri totali. La Slovenia ci piace assai, abbiamo deciso.
Anche la cameriera.
Mh, vabbè.

Domenica mattina, la sveglia delle otto viene sovrastata dal ruggito del trattore della monnezza che ci passa di fianco la tenda. Oltre al bagno, al mare e tutto il resto, abbiamo di fianco anche la discarica del campeggio. Evviva.
Leviamo le tende (in tutti i sensi) e decidiamo di puntare verso Rijeka (Fiume).
La mia Vespa non è per niente d'accordo, la pedivella va giù a vuoto senza trasmettere il moto al volàno.
Dopo varie ipotesi, seguite da originali imprecazioni, di punto in bianco parte come se nulla fosse successo.
Lo sguardo tra me e il Palli, senza bisogno di proferir parola, è eloquente: "che si fa, si torna indietro?" "ma sei scemo?" "ok, andiamo".
La signora della reception, con aria preoccupata, ci consiglia un meccanico, che si rivelerà in realtà un rottamaio (eh sì, mi sa che la signora aveva capito tutto), ma la piccola deviazione ci permette di sbizzarrirci con le reflex in quell'angolo sperduto di mondo.
Un'autostrada non segnata sul mio fighissimo atlante stradale (ah, ecco, edizione 1998, ora capisco) ci fa tagliar via un pezzo di statale, e dopo un panino di plastica incellophanato decidiamo di cambiare direzione e seguire le indicazioni per le grotte di Postojna (Postumia), le più famose dell'Istria.
Un trenino cabrio pericolosissimo corre a velocità folle in mezzo alle formazioni carsiche facendoci sfiorare le rocce con la testa, dopodichè ci abbandona in una sala dove una divertente guida locale che parla un perfetto quanto arguto italiano ci conduce attraverso le innumerevoli sale spiegandoci tutto cià che c'era da sapere (compresi i dettagli sull'accoppiamento dei protei contenuti in una vasca).
Quattordici euro e quaranta spesi bene, la guida conosceva anche le "mie" grotte di Castellana e alla biglietteria mi hanno fatto lo sconto studenti credendomi sulla parola.
Dopo esserci rifocillati di cultura e hamburger, esserci innamorati almeno sette volte a testa e aver recuperato le Vespe parcheggiate davanti al tabellone a cui tutti i turisti tutti facevano le foto ricordo, ci rimettiamo in sella e non ci fermiamo fino a Opatija (Abbazia).
Qui il campeggio è chiaramente una copertura, in realtà abbiamo dedotto che si tratti di un campo nomadi permanente con roulotte parcheggiate lì fin dalla notte dei tempi, ma questo ci ha permesso di piazzare la nostra tenda (con notevoli miglioramenti nell'assemblaggio rispetto al giorno prima) a cinque metri dal mare, di fianco a una spiaggetta popolata da interessante fauna femminile (locale e non) e ai bagni con doccia calda gratis. Per novantasette Kune, che al cambio fanno 13.47 neuri (la cassiera era carina e le abbiamo lasciato il resto di tre kune, non siamo riusciti a resistere...).
La città è carina, con un passeggio sul mare pieno di gente che fa le vasche su e giù tutto il tempo, con più gelaterie che sassi, popolata da numerosi casinò, e ovviamente piena di italiani. Dieci kune per un chilo di pop-corn freschi (caldi), dieci kune per un gelato due gusti più panna consumato sulla panchina vicino alle Vespe, e subito a dormire in tenda, crollando alle undici di sera come se fossero le tre di notte (in barba al dannato cane della ruolotte vicino che ha abbaiato tutta la notte, ispirandoci parecchi metodi creativi e coreografici per farlo smettere in modo definitivo).

Lunedì, terzo giorno. In teoria si dovrebbe pensare a tornare a casa.
In teoria.
Ovviamente noi, che tanto normali non siamo, guardiamo la mappa e decidiamo di lasciarci guidare dall'istinto e seguire la splendida strada costiera che porta fino all'estrema punta meridionale della penisola, a Pula (Pola).
Mai scelta fu più azzeccata, le curve si susseguono dolci per decine di chilometri, il mare è sempre alla nostra sinistra, l'isola di Cres si mostra in tutto il suo verde splendore a poche miglia di distanza.
Dopo una curva che devia leggermente nell'entroterra, ci fermiamo affamati come caimani in un ristorantino anonimo che, per duecentocinquanta kune, ci satolla con prosciutto istrano tagliato con la spada, pecorino locale, un filetto tenero come il burro, dell'ottimo pane in cassetta casalingo, e ci seduce col sorriso della cameriera.
Aggiriamo Pula perché nel frattempo abbiamo deciso di arrivare al faro di Punta Merlera, il secondo punto più a sud dell'Istria, ma a Medulin io che faccio strada mi fermo per dare la precedenza a un furgone apparso improvvisamente davanti a me, e il Palli per evitarmi compie un piccolo volo con la sua Vespa, fortunatamente senza conseguenze a parte lo spavento (mio e suo) e qualche acciacco muscolare che si manifesterà il giorno successivo.
Decidiamo di proseguire, le strade, il corpo, la vespa, una cosa sola.
Il faro purtroppo è zona militare, ma grazie a un paio di chilometri di sterrato cattivissimo l'aggiriamo e giungiamo su una spiaggia abbandonata erosa dal vento, fermiamo le Vespe e ci sediamo in silenzio a guardare il mare limpido fino all'orizzonte per un tempo che non so dire.

Ripercorriamo la strada all'indietro, sfidiamo l'asfalto scivolosissimo di Pula in cerca del centro storico ma, dopo aver scoperto che le indicazioni ci fanno girare in tondo inutilmente, ci accontentiamo di fare una foto davanti all'anfiteatro e bere una Coca ghiacciata prima di rimetterci in marcia.
Arriviamo a Poreč (Parenzo) in poco più di un'ora, parcheggiamo lasciando come al solito i bagagli sulle Vespe e confidando nel buon cuore della gente, gironzoliamo senza mèta per la città vecchia e ci fermiamo a prendere un tiramisù e una torta alla crema, dopodiché torniamo ai nostri fidi destrieri che ci attendevano impazienti di ripartire e superiamo in poco tempo il confine sloveno tornando al campeggio di Ankaran, dove la signora della reception non crede ai suoi occhi vedendoci arrivare con le Vespe ancora perfettamente funzionanti.
La tenda, montata per la prima volta alla luce del sole, ha ormai la forma di una vera tenda, l'aspetto solido e professionale ci rende talmente orgogliosi del nostro lavoro che il Palli immortala il momento con una foto.
Indimenticabile.
Stavolta la carta d'identità ce la siamo fatta restituire, e possiamo raggiungere la vicina Trieste, dove nell'attesa di un nostro amico triestino riusciamo a innamorarci di una meravigliosa milanese trentaquattrenne felicemente triestizzata che piroetta sui rollerblade e ci sorveglia la gigitale durante la foto di rito con le Vespe in mezzo a Piazza Unità d'Italia.
Birretta veloce con chiacchiera nei vicoli del centro e ritorno assonnato in campeggio.
Al confine il poliziotto che legge la mia carta d'dentità si rivela quasi compaesano, e solo il sopraggiungere di un'auto interrompe la chiacchierata estemporanea.
Mai smetterò di meravigliarmi di quanto il mondo sia tremendamente piccolo...

L'ultima notte in tenda corre via in un attimo.
Alle otto ci svegliamo, ci vestiamo, il Palli cambia il filo della frizione che lo stava abbandonando e la gomma dietro ormai liscia come il mio cranio dopo la rasatura, si parte.
Si torna a casa, accidenti.
Trieste, Monfalcone, Cervignano, Latisana, Portogruaro.
Un ristorante ci accoglie, unico posto aperto nel raggio di chilometri in questo desolante primo maggio.
Fissiamo estasiati la radiosa cameriera mentre divoriamo grissini e pane vecchio, e per un attimo (anche due o tre, a dire il vero) desideriamo essere al posto dei bambini del tavolo a fianco con cui lei si ferma a chiacchierare.
Treviso, Castelfranco, Cittadella, Vicenza.
Coppa di gelato da quattro euro e trenta, benzina, ancora strada.
A Verona saluto il Palli che proseguirà verso Parma, e inizio a sentire uno strano rumore di marmitta staccata.
Poco dopo, a Desenzano, mi fermo per chiedere informazioni a una volante della Stradale e la Vespa non riparte più come il primo giorno di campeggio.
Venti minuti di imprecazioni furiose, e finalmente si decide a rimettersi in moto.
Ma il peggio doveva ancora venire.
A Montichiari, improvvisamente, il fattaccio.
Il collettore della marmitta si stacca irrimediabilmente, e non è più una Vespa bianca e sporca che attraversa le campagne bresciane, ma un tuono fragoroso che corre ai settanta chilometri orari.
All'altezza di Orzinuovi, mi sembra che la Vespa entri in riserva e mi piego per girare il rubinetto. La reazione però non è la solita, ora non supero i quaranta chilometri orari e non c'è verso di farla andare di più.
Procedo disperato oltre Soncino, convinto di aver preso la prima scaldata della mia vita.
Certo, la prima scaldata non si scorda mai, prima o poi càpita a tutti, ma a me girano un po' le palle e sono stanco e sono a ottanta chilometri da Milano, cazzo.
Finalmente la Vespa entra in riserva davvero e mi fermo a un distributore.
Arrivando a motore spento, senza il rombo furioso del collettore staccato che mi rimbomba nel casco, sento per la prima volta un rumore metallico nuovo.
Corico il rottame fumante su un fianco, e mi accorgo che la marmitta si è tranciata in corrispondenza del bullone che la tiene normalmente nella sua posizione, e il battistrada di tutto il lato sinistro della mia gomma posteriore si è fuso completamente al contatto con essa.
Ultime luci prima del tramonto, distributore sperduto nel nulla, getto zaino, giacca e casco per terra e con tutta la forza della disperazione tiro fuori gli attrezzi delle Grandi Emergenze, tolgo la ruota, recupero un dado dal cavalletto e lo utilizzo per serrare il collettore, cerco un filo di ferro per legare provvisoriamente la marmitta al suo posto, rimonto la gomma mezza sciolta perchè quella di scorta è legata insieme a parte dei bagagli, faccio benzina, mi rivesto e parto nuovamente silenzioso per divorare in un'ora gli ultimi settanta chilometri fino a Milano.
Arrivo a casa che ormai è buio, la schiena mi fa male, sono a pezzi, ma ho in testa le immagini vivide di quattro giorni e oltre milletrecento chilometri percorsi in una terra bellissima che meriterebbe molto più tempo da dedicarle, ho in mente una quantità di cose da raccontare che probabilmente il papiro che ho scritto qui non è che la centesima parte, ho i ricordi di un Viaggio tanto incredibile quanto improvvisato di quelli che piacciono a me, ho un amico e compagno di viaggio con cui spero di condividere tanta strada ancora.

Beh? Quando si riparte?


Foto del: 28 aprile
Macchina: gigitale usa-e-getta
In questo viaggio ho imparato: a trattenere gli starnuti, yeah!



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