Paco & i suoi Mondi



(Una serie di elenchi non esaustivi)


promemoria dello scooterista:
• rispetta le regole (a parte i limiti di velocità su viale molise – e in molise – perché è impossibile);
• non salire sui marciapiedi;
• non andare contromano;
• al giallo, fermati: la macchina nell'altro senso di marcia che deve svoltare a sinistra non vede l'ora di compilare una constatazione amichevole con la tua bella faccia;
• bisogna guardare due macchine avanti a te, e temere le auto alte o i vetri oscurati perché te lo impediscono (il pedone – pirla – sbucherà
sempre da dietro a un furgone o a un inutile suv;
• ricordati che la Vespa non ha un impianto frenante, ma solo un (poco) efficace sistema di rallentamento [cit.];
stai attento.

promemoria per il pedone:
• se stai attraversando fuori dalle strisce, evita di sbucare da dietro a un furgone o a un inutile suv: tu non vedi chi arriva, e chi arriva non vede te;
• se vedi uno scooterista sul marciapiede, a meno che questi non sia lì per entrare nel portone di casa o per parcheggiare, insultalo: è un luogo che non gli appartiene;
stai attento.

promemoria per il ciclista:
muori (ghghgh, sono un ciclista burlone);
• se il pavé è troppo per te, e sei costretto ad andare sul marciapiede, vai piano e dai la priorità ai pedoni:
• le strisce si chiamano
pedonali per un motivo valido, non perché serviva un aggettivo e zebrate era già un ™ di Cavalli;
stai attento.

promemoria per il tramviere:
• se stai conducendo il 12 ed è martedì, ricordati di deragliare;

promemoria per l'automobilista:
• se sei in colonna, non riuscirai a guadagnare vantaggio sugli altri nemmeno se t'ammazzi, o se ammazzi qualcun altro;
• per il motivo di cui sopra, resta in fila ed eviterai che gli scooteristi e i ciclisti prima ti insultino e poi debbano fare lo slalom per girarti attorno e superarti;
se hai fretta, esci prima;
• ogni scooter in più sulla strada è un'auto in meno, non ostacolarlo (e ricorda che quelli con la Vespa di solito hanno un martello sempre a portata di mano nel bauletto e non hanno paura di usarlo);
• se piove quelli su due ruote sono degli indomiti masochisti, hanno istinti di morte ma non vogliono finire
proprio sotto la tua macchina, mantieniti a distanza;
• hai due specchietti laterali,
usali
• gli indicatori di direzione sono obbligatori più o meno nel 1925, ormai dovresti aver imparato a usarli:
fallo;
• quando superi un ciclista, ricorda che lo spazio tra il tuo specchietto destro e il suo braccio sinistro è direttamente proporzionale alle dimensioni del tuo pene/cervello (sinonimo ambosessi);
for god's sake, quella roba che stringi tra le mani si chiama volante ma non ha niente a che vedere con il significato della parola;
• non dimenticare che in realtà avresti bisogno non di una patente per guidare ma di un porto d'armi, vista la pericolosità del mezzo che conduci;
stai attento.


Foto di: qualche tempo fa
Macchina: bella con obiettivo bellissimo
Musica: mah, non saprei.

Caro Cioè

avrei dovuto capirlo fin dall'inizio, quando appena entrato in questa casa condivisa fui solertemente sollecitato a recuperare il mio telefono che avevo accennato di avere da qualche parte in uno dei cento scatoloni nel box del mio amico così gentile da farmeli parcheggiare lì.
al momento non ci feci caso, come non avevo fatto caso all'accento partenopeo dell'occupante dell'altra metà dell'appartamento nel momento in cui l'avevo scelta.
non ho mai dato ascolto alle vocine nella mia testa, né badato agli stereotipi, né dato ascolto ai miei amici che mi mettevano in guardia.

due giorni dopo il mio trasferimento, al primo giro di lavatrice, mi resi conto di un piccolo dettaglio: dove cappero si stende il bucato in questa simpatica casetta?
"io ho sempre steso fuori", mi fa mister V.
"ah, buon per te, io a milano non ci ho mai provato, ho paura di vedere in diretta il disgregarsi del tessuto delle mie mutande"
e andai – pronto!– a comprare lo stendino più economico che ci si potesse procurare all'IKEA, utilizzando l'ultimo bonus-macchinainprestito che avevo duramente accumulato nei quattro anni in questa città dove niente è gratis.
giacché c'ero, comprai anche un catino, per spostare il bucato umido dalla lavatrice in cucina alla mia stanza dove all'occorrenza viene montato il nuovo, magnifico stendino color milano.
mi resi conto alla prima occasione che il mio stendino era magicamente diventato nostro: tornato a casa, col mio bel catino in plastica blu oceano pieno di roba che chiedeva di essere stesa ad asciugare, scoprii con grande dispiacere che lo stendino era nella stanza di mister V, montato e pieno di panni.
si salvò, per breve tempo, il catino, ma solo fino a quando il suo non fu vittima di un incidente notturno a base di abuso di alcool, costipazioni e una serie di sfortunati influssi astrali.

nel frattempo, passavano i mesi, e il cordless nel corridoio continuava a squillare solo per lui, dato che io non mi ero interessato a dare il nostro numero fisso ad alcuno.
a casa non ci sono mai, e nessuno delle persone che mi chiamano ha tariffe agevolate verso i fissi.
a dire il vero, quel telefono ha sempre squillato con una frequenza addirittura fastidiosa, tanto da indurmi ad abbassare al minimo il volume della base e smettere di lamentarmi quando il portatile non era al suo posto, oltre che rinunciare a discutere con la madre di mister V quando rispondevo e sentivo ogni volta delle scuse in tono servile, totalmente fuori luogo nemmeno fossi il presidente.

anche lo specchio tondo da rasatura subì questa sorta di inspiegabile usucapione, insieme a qualunque accendino che mi sia mai capitato di dimenticare in cucina: mister V è fumatore incallito e, nulla da eccepire e niente di personale ma, si sa, i fumatori gli accendini non se li sanno tenere (scusate la doppia subordinata, l'italiano non s'è ancora svegliato).
fin qui, ancora nessun problema.
tranne quando, malauguratamente, finivano il suo dentifricio o il suo bagnoschiuma, e automaticamente i miei diventavano nostri.
ma la cosa più seccante, e decisamente imperdonabile, era svegliarmi al mattino e non trovare i biscotti nella mia dispensa, spariti nella notte nell'impeto della sua fame chimica.
io sono consapevole di quanto sia mortale la fame chimica, tu però sii previdente.

di tutt'altra pasta, fortunatamente, era fatta la fidanzata di mister V, anch'essa napoletana, saltuariamente in visita di piacere (ah, sì, posso giurarlo): a ogni visita si è preoccupata di comprare un set di coltelli decenti o una nuova padella antiaderente il cui ignaro teflon non sarebbe durato più di una settimana.
una volta, approfittando del nuovo acquisto di una bellissima padella per il soffritto, decisi di fare la pazzia e comprarne una della stessa misura tutta per me, ma di colori visibilmente diversi, in modo da distinguerla dalla sua.
portata a casa, lavata e messa al suo posto, dopo una settimana non l'avevo ancora usata ma portava già la "firma" delle sue forchettate sul fondo, fu antiaderente.

una mattina, alle quattro, impietosito dal fatto che avrebbe dovuto prendere un autobus per Orio al Serio senza altra possibilità di chiamare un taxi, gli offrii un passaggio in Vespa fino alla stazione, prendendo la pioggia al ritorno.
qualche tempo dopo, avendo iniziato un nuovo lavoro a due passi dal suo ufficio, dato che quel particolare giorno lui era in ritardo e io avevo dietro l'altro casco gli dissi di venire con me.
gentilezze del tutto gratuite da parte mia, che però innescarono nei giorni a seguire richieste simili del genere "mo ci provo", ma sfortunate negli esiti: c'ho per caso scritto giocondo o dio tassista sulla fronte?

mister V è a milano da dieci anni, ma non ha mai fatto l'abbonamento ai mezzi pubblici, né avuto un mezzo di locomozione, nemmeno una bicicletta.
un bel giorno di giugno, come un (bel) fulmine a ciel sereno, arrivò Remoto.
la bici più bella del mondo (insieme a sua sorella Egedia, senza la quale non è nessuno) che, un po' alla volta, col sudore della fronte, ho curato dai suoi acciacchi e rimesso in strada.
vivevo nel terrore, lui aveva scoperto il mio nuovo acquisto beccandomi in cortile ad armeggiare col lucchetto, e sapevo che prima o poi sarebbe successo:
"uè Pà, che, ti posso chiedere un favore?"
"dimmi"
"senti… devo andare un attimo in centro, ma proprio un attimo quando vado e torno, che me la presti la bicicletta?"
"è senza luci e non frena, per favore stai attento e fai presto"
"eeehh, e sì, tranquillo"
effettivamente la bici tornò abbastanza presto al suo posto, tutta intera.
ma, come si dice, lui è uno che si prende manico e coltello.
giovedì sera stavo uscendo con due ospiti e mi beccò sulla porta "uè Pà, che, per caso ti serve la bicicletta?"
"eh, sì, guarda, ora accompagno loro e poi mi serve", mentii sapendo di mentire.
mister V non è una persona che perde tempo: 24 ore dopo, approfittando del fatto che ero spalmato sul divano a guardare un film con una delle mie ospiti ammalate, e con la scusa di aver dimenticato le chiavi di casa in ufficio, bissò la richiesta.
non potevo rispondergli con un'altra bugia (non sono bravo), né potevo fargli notare che mi sono portato la Vespa a milano, ho l'abbonamento al bike sharing e ho anche comprato una bici proprio per cercare di essere indipendente e non rompere i coglioni a nessuno, ma gli ho inutilmente ricordato di essere (lui) in possesso di una copia delle chiavi.
"eh, ma non posso lasciarle lì"
"ah"
"eh"
"[merda]"
"…"
"torna presto"

ultimo, fastidioso episodio, quello della caffettiera.
attenzione, vorrei ricordare a chi si fosse perso il papiro precedente che mister V è napoletano, dunque munito dalla nascita di una caffettiera usuratissima, senza più parti in plastica, fuse dagli anni di intenso utilizzo, ma che (a suo dire) puoi metterci l'acqua senza il caffè e viene fuori un espresso buonissimo lo stesso.
io ci ho sempre creduto, soprattutto perché io a fare il caffè non sono buono, e prendo per caffè colato tutto quello che mi si dice a tal proposito.
fino a un mesetto fa.
la mia sorellina mi regala una bellissima caffettiera, che oltre a essere bella funziona talmente bene da far venire fuori un caffè buono anche quando lo preparo io!
compro il mio caffè Vergnano, e lo nascondo in modo che non possa cadere nelle mani sbagliate.
prendo l'abitudine a preparare la macchinetta la sera prima, in modo da svegliarmi la mattina e non dover fare altro che accendere il gas (il che è già un'impresa di per sé, visto che devo fare la caccia al tesoro per trovare un accendino che funzioni).
una notte mister V ha qualche problema di stomaco dovuto all'alcool (me ne accorgo dal disastro in bagno che trovo alle quattro di notte, che fortunatamente al mattino è più o meno sparito), e gli perdono il fatto che al risveglio abbia utilizzato la mia caffettiera già pronta, costringendomi a lavarla e riprepararla prima di poterla usare: un mal di testa è pur sempre un mal di testa, solidarietà.
la stessa sera mi dimentico di preparare la caffettiera, ma al mattino scopro che è mezza piena di caffè.
ma mister V non usava sempre e solo la sua caffettiera?
evidentemente no.
scopro, grazie ad appostamenti e piccoli indizi (il maniaco ossessivo-compulsivo che è in me ha finalmente avuto la sua occasione di rendersi utile), che se la caffettiera è pronta lui non la usa (ha capito che no non si fa), ma se è ancora sporca può sentirsi autorizzato a usarla.

stamattina, il momento della verità: lascio la caffettiera sporca, mi sveglio apposta subito dopo di lui, e mi fiondo in cucina.
la mia splendida caffettiera è lì a ribollire sulla fiamma bassa.
a fiamma viva resta a bollire anche la mia rabbia repressa per un lungo anno.
lui subito si rende conto della C========8ata e riemerge dalla sua stanza con la frase "uè, aahh, eh, buongiorno, oggi ho usato la caffett… la caffettiera tua, se vuoi puoi prendere di là il caffè… eehh così non lo devi fare"
"come mai stai usando sempre la mia caffettiera, adesso?"
"(ride) eh, perché fa il caffè più buono!"
"lo so, l'ho comprata apposta".
"…"

ora, caro cioè (cioè? cioè! SVEGLIA CIOÈ, ho quasi finito!!!),
dimmi tu: come faccio a far capire a mister V che, a 450€ mensili più le utenze, io sto qui per condividere le parti comuni dell'appartamento, e non per sopperire alle tue mancanze con la mia roba?
come faccio a far capire a mister V che io so che lui, in quanto cugino del proprietario dell'appartamento, non paga quanto me l'affitto nonostante abbia una stanza ben più grande, ma non me ne sono mai lamentato, e che quindi vorrei essere rispettato un po' di più?
come faccio, caro cioè, a far capire a mister V tutte queste cose, senza inficiare il nostro cordiale (non-)rapporto di buon vicinato, soprattutto tenendo conto che non ho un contratto di affitto da poter impugnare per far valere i miei diritti?
ma soprattutto, caro cioè, conosci qualcuno che affitti un poco-più-che-monolocale di almeno 35mq calpestabili in questa stessa zona a meno di 600€?
e se sì, caro cioè, mi giri il contatto?

grazie.


foto del: 31 luglio 2007, mentre impacchettavo le valigie per Vancouver
macchina: refleccs (all'epoca) semi-nuova (ora è semplicemente obsoleta)
on air: The Clash - "Police & Thieves"

A caldo, in breve


In breve, FA caldo.
Dopo una "passeggiata" come questa, è meglio scrivere due righi prima di crollare addormentato e dimenticare tutto in sogno di cui non avrò coscienza.
Partenza ore 22.21, viale Montenero 51, Milano
Arrivo ore 14.55, piazzetta del Timo, Loc. Capitolo Monopoli
953 km nel mezzo, i cui tre sono delle quattro volte in cui mi sono perso.

Percentuale di caffè/energy drink ingurgitate disordinatamente sul totale delle consumazioni durante le soste: 90%
Percentuale dei tempi di sosta sul totale: 3,6%
Percentuale di tempo in cui la manopola del gas è stata aperta a più di 2/3: 80%
Percentuale di autovelox NON schivati in tempo: ~3,3%

Sensazioni odorose:
Milano, profumo di Guinness e piadina al cotto.
Piacenza, puzza di fregatura: il ponte sul Po è crollato ma mi tocca pagare la tratta autostradale forzata PC-nord/PC-sud.
Pianura padana, parmense ed emiliano: letame colorito con picchi fruttati.
Rimini, fragranza di cornetti appena sfornati in ogni paese che la Via Emilia attraversa.
Ancona-Pescara, smog milanese e traffico imbottigliato tendente al caldo.
Puglia nord, odore pungente di terra incendiata.
Puglia centro, stanchezza e odore di Casa (e di panzerotti).


Foto: no, non è una foto, è un punto di riferimento. L'incrocio tra il "prima" e il "dopo".
Macchina: no, non è una macchina fotografica, è un caPhone.
Nelle orecchie e nelle narici: mare, vento, sudore.



sto cercando di organizzare le vacanze.

io.

le vacanze, sì.

organizzare, ahahah.

lo dico di nuovo perché mi fa ridere:

organizzare.

ahahahahah.


ok.


faccio due lavori, adesso.

uno è un lavoro che mi piace, l'altro è una enorme perdita di tempo.

all'inizio c'erano buone prospettive di (mmmhh, chiamamola) crescita, speravo di imparare qualcosa di nuovo, e di (magari!) avere un motivo per cercare di ottenere un contratto vero.

poi, come tante altre volte, il vuoto cosmico.

nessun interesse per quello che faccio, nessun ruolo vero e proprio, nessuna motivazione per arrivare in orario la mattina alle 9.

nes-su-no.


l'altro lavoro alterna (come credo sia normale in un lavoro che si rispetti) fasi di eccitazione totale per quello che sto facendo ad altalenanti giorni di scazzo dovuti alla gente poco organizzata con cui ho a che fare, ma mi dà speranze di crescita, mi stimola a imparare cose nuove nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, mi porta a conoscere gente nuova e diversa quasi tutti i giorni.

ovviamente mi pagano pochino, ma non mi posso lamentare: è un part-time, se riuscissi a lavorare il doppio delle ore avrei ancora un sacco di tempo libero per fare cose mie e riuscirei senza troppi sforzi a vivere in maniera decente in questa città-sanguisuga.


col caldo poi mi passa la fame e mi mancano le forze: non ho nemmeno voglia di mettere le maiuscole, cosa che è ok nelle chat e quando scrivo mail rapide, ma non qui.

ma oggi è così.


comunque, dicevo: le vacanze.

come faccio a organizzarle con la mia vita da precario?

quel che è peggio, sono un precario-non-precario.

entrambi i contratti scadono a luglio, e questo significa che ad agosto avrò un bel mese di ferie forzate.

un bel mese di merda per farsi le ferie.

a settembre in teoria entrambi i miei attuali datori di lavoro mi rivorrebbero indietro.

quelli del lavoro che non mi piace mi vorrebbero full time, quelli che lavoro che mi piace continuerebbero a portare avanti le solite collaborazioni a progetto.

il lavoro che mi piace è (un po' in piccolo) quello che vorrei fare in modo serio per i prossimi anni, il lavoro che non mi piace è una cosa che ho iniziato a fare come stagista per curiosità, ma non è decisamente il mio ambiente.

soprattutto QUESTO ambiente, dove a parte i colleghi con cui lavoro bene e sono in sintonia, ci sono troppe cose che non vanno e che fanno lavorare tutti male.


ora.

ovviamente do la priorità al lavoro che mi piace, anche se molto probabilmente il nuovo contratto del lavoro che non mi piace mi permetterebbe di guadagnare un vero stipendio.

dove sta il problema?

non so quando mi rinnoveranno il contratto.

non so quando inizierà a essere operativo.

non so quando dovrò essere a milano dopo agosto.

non posso (dunque) programmare una beneamata fava.


niente voli a prezzi scontati, che vanno comprati ORA.

niente viaggi stabiliti con altre persone, perché tutti quelli che conosco hanno un planning annuale che include ferie ponti e malattia (eh, già...)

niente soldi per decidere una volta per tutte di andarmene da qui e tentare la fortuna da un'altra parte.

un lavoro-non-lavoro palloso che mi tocca portare avant fino al 31 luglio, giorno in cui – forse – saprò che fare il giorno dopo (e per quanto).


intanto c'è già gente che parla di mare sole ferie vacanze viaggi lontani inviti sul pacifico tentazioni iberiche desideri atlantico-mediterranei realtà pùgliche presente meneghino.

e sono in ufficio, a dover finire una cosa noiosissima di cui non mi frega niente, contando i minuti che mi separano alle 18.00, e poi alla serata con gli amici che spero mi tiri un po' su il morale.


cazzarola quanto sono rompicoglioni quando mi viene lo scazzo...



foto del: 2 agosto 2004, bollente deserto andaluso

macchina: gigitale usa-e-getta nel pieno del suo splendore

in (sotto)fondo: fastidiosi clacson e marmitte fuori dalla finestra, in questi giorni sono anche audiosensibile.

Prendi un sabato pomeriggio…


…prendi una bici,
vai in centro a Milano,
prendi contromano tutte le vie che puoi, possibilmente quelle a senso unico (beh, facile, a Milano le stradine del centro sono quasi tutte a senso unico).
Assicùrati di guardare in alto, quando possibile: vedrai cose mai viste in cinque anni di vita meneghina. Anche se quelle strade le conosci a memoria, percorrile al contrario e sarà tutto nuovo.

Ora.
Lascia la bici.
Con quelle dell'ATM puoi lasciarla dove ti pare, gran figata del pedalatore libero.
Prendi la Vespa, che avevi parcheggiato poco più in là.
Spòstati fuori dai Bastioni, vai verso casa ma, approfittando del traffico pigro di un orario strano a metà tra il ritorno dai centri commerciali e l'inizio dell'aperitivo, fai tutte le svolte a sinistra non consentite dalla segnaletica.
Perditi per le strade intorno a casa tua, abbandona le strade principali che conosci bene e le traversine poco battute che usi come scorciatoie, e scoprirai ancora cose nuove.
Alza la visiera del casco, goditi il fresco della t-shirt una volta tanto che non indossi l'armatura del Vespista, STAI ATTENTO!!! che quel pirla non ti ha dato la precedenza, gira di qua, gira di là, toh, ma guarda dove sei finito.
Vai a sinistra, al semaforo a destra, occhio al tombino, è un cratere, al semaforo gira a destra, poi al secondo a sinistra, la prima a sinistra, sul marciapiede, spegni mentre stai ancora andando mentre ti infili tra i frullatori parcheggiati e senti i tasselli delle gomme che rotolano, scendi dalla sella, metti la Vespa sul cavalletto, blocca lo sterzo, prendi i documenti dal cassettino, scendi dal marciapiede e, prima di attraversare per entrare nel portone, girati a guardarla.
Prima o poi ti farò uscire di nuovo da Milano, te lo prometto.


Foto di: ieri mattina, alle nove e trentotto, quando si lavorava già da due ore e mezza
Macchina: seriosa dotata di obiettivo estremamente performante ma prestato
OnAir: una canzone che da settimane gira su Virgin Radio e nemmeno Shazam è in grado di identificare, dannazione.

Certe cose


Ci sono delle cose che non voglio dimenticare, e forse è bene che le scriva.
Perché ho una memoria da pesce rosso, e mi capita di dimenticarmi cose che reputavo importanti, prima di dimenticarmele. E forse ho dimenticato proprio perché avevo sopravvalutato la mia memoria in relazione all'importanza della cosa.
Uhm, come al solito mi confondo mentre scrivo. Ma l'avevo pensata bene questa frase, giuro.
Non voglio dimenticarmi che per certi periodi della mia vita ho dovuto ricominciare da capo tutte le mattine, per così tanto tempo che l'ho dimenticato.
Che certe persone si aspettano qualcosa in più da te, e non è detto che debbano continuare a sorvolare solo perché ti conoscono. Anche perché, pensaci, magari non ti conoscono.
Di certe facce, certi posti, certi viaggi, certi momenti, certe canzoni.
Di certi viaggi in certi posti.
Di certe facce in certi viaggi.
Di certe canzoni in certi momenti.
E in certi posti.
E in altri posti, in altri momenti, le stesse canzoni, o le stesse facce, che non sono mai più le stesse.
Certe canzoni che non ti ricordano nulla in particolare e non ricordi nemmeno la prima volta che le hai sentite ma che quando partono casualmente in un'insospettabile sera di gennaio te ne accorgi per lo strano sisma sesto grado scala Mercalli (siamo pur sempre italiani, viva il campanilismo) che parte non si sa da dove tra le costole. O forse era sotto il diaframma?
Dei viaggi, dei miei viaggi, tutti, non tantissimi magari, giusti, non mi voglio mai dimenticare.
Voglio ricordare anche quello che non ho fotografato, quello che non ho scritto, quello che non ho raccontato, quello che non ho premeditato. E già i ricordi si accavallano e so che certe cose, come è inevitabile, me le dimenticherò.

Eh, mo me lo segno, proprio, non vi preoccupate. [cit.]


Foto di: tre giorni fa, tra due continenti
Macchina: seriosa, in lutto per la prematura dipartita della gigitale usa-e-getta
Stavolta è tutta colpa di: Counting Crows - "Long December"

Tre post al prezzo di uno



Sono tornato. Dalla Stazione Centrale, giusto mezz'ora fa. Un'odissea senza fine tra cantieri che hanno rivoluzionato tutto, fatto sparire la biglietteria dalla storica Galleria delle Carrozze (dio che nome romantico), e spostato il tutto giusto qualche metro più in là, alle spalle dei vecchi sportelli. Peccato che, causa lavori, sia possibile arrivarci solo salendo la lunga scalinata che porta ai binari, scendere per il luuuungo serpentone a zig-zag dei nuovissimi e non funzionanti tapis-roulant e giungere alla bellissima, enorme quanto desolatamente chiusa, nuova biglietteria. Con passaggi stretti e ostacoli ovunque. Già immagino l'ora di punta. Gente che cerca di tagliare attraverso le enormi colonne, passeggeri di fretta che devono salire ai binari prima di perdere il treno, passeggeri che devono ancora fare il biglietto che si scontrano con quelli in coda alle macchinette, e che certamente quel treno lo perderanno. Ah, però tra diciotto giorni parte l'Alta Velocità, Milano-Bologna in sessantacinque minuti, Milano-Roma in tre ore e mezzo. Facevo i conti oggi: nella migliore delle ipotesi (partenza da Linate, taxi, check-in online e niente bagaglio da imbarcare) lo stesso viaggio in aereo impiegherebbe circa tre ore. Se poi tocca aspettare la 73 (o peggio ancora partire da Malpensa), fare il check-in, imbarcare il bagaglio, cercare di convincere quelli della sicurezza che no, non sono un terrorista, quello è un bagnoschiuma, aspettare invano il bagaglio imbarcato sui nastri all'arrivo, andare a reclamare la valigia che arriverà il giorno dopo quando tu già sarai tornato a Milano e prendere il treno per Roma (senza alimentatore per il portatile perchè l'avevo messo in valigia per non superare i 5kg del bagaglio a mano, e senza bagnoschiuma perché hai dovuto lasciarlo alla sicurezza a Milano che stava chiamando gli artificieri per fartelo brillare), personalmente credo ci sia solo da guadagnarci. Già me li vedo, i nuovi pendolari. Ci si mette meno ad arrivare a Milano da Firenze che da Pavia, probabilmente. Salvo scioperi. Mh, parliamone. No, non parliamone.

Comunque.
Sono tornato. Da questa benedetta stazione. Ci ero andato anche ieri, un po' più tardi di oggi, e mi sono perso trenta volte tra il cantiere, il cartello "nuova biglietteria –>" che mi faceva girare intorno alla stazione e finire davanti a una porta inesorabilmente chiusa, la farmacia che, chissà come, mi trovavo sempre davanti, e finalmente i tapis-roulant, il tizio che stava chiudendo la stazione (ebbene sì, anche la stazione chiude, checché ne dicano quelli che "Milano non dorme mai, Milano come New York, Milano sarà una città diversa con l'Expo", tutte balle, la stazione chiude e Pizza Mundial resta aperta anche il lunedì fino alle due) mi ha fatto passare lo stesso e ho comunque trovato le macchinette disattivate. Così mi è scaduto il benedetto PNR che mi avrebbe permesso di ritirare il famigerato biglietto. Per la seconda volta in due giorni. La prima me ne ero dimenticato, e amen. Mea culpa.

Terzo giorno.
Sono tornato. Vedi punto uno. Sì, no, non ho messo i punti, ma se sei arrivato a leggere fino a questo punto vuol dire che ci capiamo. Stavolta però il biglietto sono riuscito a ritirarlo. Per la prima volta in quattro anni, non viaggerò in piedi per le undici ore del viaggio della speranza verso Sud delle feste di Natale.
E per la prima volta in quattro anni (se si esclude una toccata e fuga con sorella – mia – fatta a febbraio di tre anni fa), aspetto la genitrice che viene a trovarmi questo fine settimana. Più che altro, ho dato la mia benedizione alla genitrice affinché venisse a trovarmi, che è diverso.

Non è stata solo una serata di avventure in stazione, prima ho anche trascinato il solito amico in un dopolavoro decisamente ricchione all'IKEA. Finalmente... habemus stendino! Il bucato accumulato attendeva trepidante, stufo di stare appollaiato sui termosifoni. Ma anche sullo schienale delle sedie, sui bordi degli scatoloni semivuoti, sui pioli della scala, ancora in lavatrice, eccetera eccetera eccetera.
Già, perché tra le grandi novità c'è la casetta (stanzetta, stanzettina) nuova! Dopo due anni di vita in un appartamento che era lontano da qualsiasi cosa, dopo che ormai anche quelli di Google erano venuti a cercarmi (spero non rivogliano la t-shirt, cazzo!), ho cambiato casa. E posso andare in centro a piedi. Tecnicamente, sarei quasi in centro, se Milano non avesse una concezione di "centro" abbastanza confusa, tra cerchia bastioni, porte nuove, porte vecchie, zona ecopass, circonvallazioni interne esterne medio interne esternissime tangenziali iperspaziali (tutte congestionate dal traffico, ché la gente ancora non ha capito che questo è un paesone e ci si potrebbe spostare a piedi risparmiando la camminata da casa alla macchina parcheggiata a due chilometri e dalla macchina parcheggiata a tre chilometri e il posto in cui si deve andare e viceversa). Vabbè, come al solito divago. Zivago. Zattera. Zocca. Zanzara. ...uff, non mi viene in mente un fiore con la zeta, questo gioco è un pacco.

Casa a parte (e hai detto niente!), ci sono grandi novità. Ho già detto che ho uno stendino, ora? Mmm... sì. Allora niente, mi sa che non ho altro da dire.

...

Stavo scherzando! Ahahahah, grasse risate. Proprio.

Il 18 dicembre vado a Dublino. Come al solito ho preso la decisione in tre secondi, come quasi sempre quando si tratta di partire per qualche posto. Non ci sono mai stato, e si accettano suggerimenti sulle cose da vedere. So già che farà freddissimo, e so già che se non vado alla fabbrica della Duff... ehm, della Guinness è meglio se non faccio rivedere la mia brutta faccia in Italia. Ah, sto lì solo tre giorni, praticamente due e mezzo, quindi... sano cazzeggio, giusto un assaggio del posto per poi magari un giorno tornarci con più calma (se se, dico sempre così poi non ci torno mai). A proposito, ci vado da solo, c'è qualcuno nei paraggi? (ma quando mai...)
Il 21 dicembre torno da Dublino, svuoto lo zaino, riempio la valigia, ci dormo su e il giorno successivo vado a prendere il trenino notturno della speranza (vedi punto tre, circa) che mi riporta a Casa dopo quattro mesi esatti. Non ho fatto il biglietto di ritorno, non so dove passerò il Capodanno, so solo che secondo me vedrò parecchia roba da mangiare. E amici, ovviamente. Vecchi e nuovi. Dannato feisbucc.

Da quant'è che non scrivo? Parecchio! Ero andato a Londra una delle ultime volte. Di questo non ho raccontato. Tutto stasera devi raccontare pacomì, non te ne puoi andare a dormire? No. Sei arrivato fin qua e ora vai avanti. Guarda che me ne accorgo se chiudi la pagina prima del tempo, tsé! Devo fare come Vanity Fair (o era Flair? O Marie Claire? Tutte uguali 'ste riviste, eccheccazzo) che mette "tempo di lettura previsto: sei minuti"? Faccio a modo mio. Tempo di lettura previsto: dimmelo tu, quanto ci hai messo? Poi facciamo la media dei cervelli. Beato chi ce l'ha.

Dicevo, Londra. Mi è capitato recentemente di riguardare le foto del viaggio, e ho avuto la stessa sensazione che si ha quando ti mostrano delle foto di una festa di cui non ricordi assolutamente nulla perché ti eri ubriacato come una renna a inizio serata. Soprattutto, la foto che ho fatto dopo il croissant più pessimo (lo so che non si dice, ma questo era proprio il più pessimo) di Francia mentre imboccavo l'istmo circondato da prati pieni di pecore che porta a Le Mont-St. Michel mi ha dato una sorta di fitta al cuore. Quel momento, però, me lo ricordo perfettamente. Avevo dormito sul tavolo di legno di un'area di sosta, dove mi ero fermato alle tre di notte passate da un bel pezzo senza aver trovato un campeggio o un ostello aperto nel raggio di decine e decine di chilometri, e mi ero svegliato alle otto circondato dalle pecore. La Vespa era ancora lì di fianco al tavolaccio, il sacco a pelo in cui mi ero infilato vestito era caldissimo nonostante ci fossero a malapena dodici gradi, e la nebbia leggera rendeva tutto taaanto umido. Nel buio della notte prima, illuminato solo da uno spicchio di luna e dal faro alogeno della Vespa, mi ero perso nella gelida campagna normanna, sfiancato da quattordici ore di viaggio, infreddolito e parecchio affamato. Quando viaggio da solo non sento alcuno stimolo finché vado, quando mi fermo sono perduto. Sapevo di essere vicinissimo all'area dell'abbazia, e in pochi chilometri ero sceso dall'alto delle statali alle valli avvolte dalla nebbia dell'Atlantico. Sapevo di essere vicino, ma non sapevo quanto. E nonostante da questo posto magico avessi sentito parlare per anni e ne avessi visto centinaia di foto, non sapevo cosa aspettarmi. Di notte c'è la marea? Rischio di finire in acqua a un certo punto? Dai, no, cazzo, metteranno dei cartelli. Non si vede un cazzo in questa stradina, so di essere in mezzo ai campi perché nelle curve il faro li illumina, ma non si vede una mazza. E se finissi in acqua ora? Come ne uscirei? Da queste domande è chiaro che del mare di notte ho sempre avuto un terrore reverenziale, credo sia una delle mie poche paure. E pure parecchio stupida. A Tofino, un annetto fa, ero andato in spiaggia a fare delle foto, e l'acqua aveva lasciato segni del suo passaggio a oltre cinquanta metri dalla riva. Tornato di notte nello stesso posto per scattare delle foto, non sono riuscito ad avvicinarmici perché sentivo le onde del Pacifico vicinissime ma non riuscivo a vederle, la sabbia sotto i miei piedi era umida e non capivo se ero al sicuro. Di sicuro c'è che ho dei problemi, io.
Alla fine, beh, chiaramente non sono finito in acqua. Ho trovato questo tavolo di legno con le panchine, ho srotolato il sacco a pelo e mi ci sono infilato. Al mattino, ho messo in moto la Vespa, mi sono rimesso sulla strada, e superata una macchia di alberi sulla mia destra mi sono reso conto che avevo dormito praticamente sotto l'abbazia. In cinque minuti ero all'inizio dell'istmo. Croissant e caffè (neanche a dirlo, peggio del croissant, sembra impossibile ma...), percorro cinquanta metri con la Vespa che borbotta e trema per l'emozione (lei, non io, eeehh), mi fermo prima di un gruppo di turisti che camminava verso il Monte, e scatto quella foto con la stoica gigitale usa-e-getta. Quante cose ha visto quella macchina.
A parte questo momento e pochi altri (la pioggia per tutta la Borgogna e poi quasi fino al ferry di Calais, la ricerca di un benzinaio nel cuore della notte a Canterbury dopo aver seccato anche la tanichetta delle Grandi Emergenze, la cassiera di cui mi sono innamorato a un distributore dopo Besançon – dove tra l'altro stavo per menare un francese imbecille a bordo di una macchina francese, per la serie non c'è limite al peggio – la sosta ad Aosta per serrare un paio di viti del carburatore prima di affrontare il Gran S. Bernardo, tutta Londra dal mio arrivo al mio perdermi nel cuore della notte alla ruota bucata ai giri e alle cene francesi e le gallerie e i musei gratis fino alla ripartenza), il resto del viaggio è stato un unico grande confuso turbinio di aria nel casco, pensieri che non riuscivo ad afferrare né a seguire ma solo stare a guardare come uno spettatore, rifornimenti, parolacce, freddo autunnale in pieno agosto, rifornimenti, chilometri e miglia sui cartelli che volavano via, rifornimenti, gas aperto a manetta tutto il tempo come uno che ha fretta ma si sta prendendo tutto il tempo del mondo.

Poi sì, solite cose, nuovo lavoro che però ancora non s'è capito cos'è (e se mi pagheranno), computer che s'è scassato e me l'hanno praticamente quasi del tutto sostituito (in garanzia, santa AppleCare!), amici che meno male ci sono sempre sennò chissà dov'ero adesso, telefono con l'Alzheimer che ogni tanto cancella rubrica e messaggi senza preavviso lasciandomi con un utilissimo telefono ripristinato alle impostazioni di fabbrica quando sono a decine di chilometri da una qualunque forma di civiltà, disordine imperante (ma ho la scusa del trasloco recente da poter sfruttare ancora per un po'), marmitta della Vespa che ogni volta che torno dalla bisteccata Toscana (non importa che Vespa abbia, succede col Primavera, succede col PX) mi si smolla intorno a Maranello (invidia del pene, forse?), ho fatto la tessera dell'ATM e sono diventato un potenziale futuro abbonato (ma non mi sento ancora pronto per diventare loro cliente fisso), varie ed eventuali.

Credo sia ora di andare a dormire, s'è fatta una certa. E, a proposito, non ho ancora capito perché Blogspot non riesce a concepire il fatto che (da tempo) sono tornato in Italia e non sono le sette del pomeriggio...


Foto: mistone trimestrale
Macchina: la gigitale usa-e-getta sta morendo ma tiene duro
iTunes: David Bowie - Ashes To Ashes (che, ho scoperto, è di una buona annata)

Scadenze


Stavo rovistando in un cassetto, in cerca del cosicchio per scaricare la scheda, e mi sono imbattutto in un pacco di lastre fotografiche comprato due anni fa e ancora sigillato. Ho pensato "cazz, è ancora qui? Sarà sicuramente scaduto". E invece guarda un po', scade a settembre del 2009.
A me le date di scadenza sulle cose hanno sempre fatto pensare, sognare, e in generale hanno sempre provocato un sacco di seghe mentali. Mi era successo circa un anno e mezzo fa, quando comprando qualcosa come uno yogurt c'era su la data del primo agosto, in cui sarei partito per il Canada. E ogni volta non posso fare a meno di chiedermi: dove sarò quando questa cosa scadrà? Cosa starò facendo? Con chi sarò? Sarò contento? Mi ricorderò di oggi che ci sto pensando? Magari avrò vinto venti milioni al superenalotto e me ne fregherò.

Ah ecco, oggi potrei andare a giocare per la prima volta al superenalotto con gli ultimi tre euro che ho in tasca.


Foto di: prima
Macchina: gigitale usa-e-getta che dopo cinque anni comincia a dare i numeri
iTunes: Figa lo sai che morendo una stella supermassiccia può collassare in un buco nero?

Preview


Cos'hai fatto domenica sera?
Io... beh, niente di speciale, mi sembra... ricordo solo che ero in Vespa...


Foto di: domenica sera, appunto (grazie moyuzza fotografa!)
Macchina: gigitale usa-e-getta incredula
iTunes: è chiuso, ho la testa che è tutta un rimbombo...

Home Sweet Home?


Forse ho solo bisogno, per un po', di sentirmi straniero un terra straniera...


Foto del: tre agosto duemilasette, qui
Macchina: seria esplorazione con seria macchina
Un redivivo iTunes arbitrariamente e casualmente sceglie: R.E.M. - Everybody Hurts

Intervallo (primo post senza foto)

CURRICULUM SPERANZAE
(ultimo aggiornamento: oggi)


DATI ANAGRAFICI (ovvero: mi presento, faccio un vento e vi cambio il clima, temporeggio bevendo spuma)

PACOMINO
Nato a: Paesello Pùglico (BA) il 02/06/1980
Visto l'ultima volta in zona Crescenzago a Milano
Telefono: +39 3334292234 (mi autoricarico, ecco la verità)
E-mail: pacomino et gimèil punto com (ma non ho modo di leggere la posta perché non ho internet a casa, meglio se mi telefoni)
Obblighi di leva: Assolti (in ogni caso sarebbe potuto andar peggio: sarebbe potuto piovere. Ora che ci penso, è anche piovuto)
Patente: A-B Vespa-rottame munito

(D)ISTRUZIONE (ovvero: i bei tempi andati, ormai, sono andati)

Attualmente iscritto all'inutile Terzo Anno del Corso Triennale di Fotografia presso un istituto privato milanese che vuole restare anonimo perché si vergogna (no, non è vero, ma forse dovrebbe).
Settembre - Dicembre 2007: Studente Exchange presso l’Emily Carr Institute of Arts and Design in Vancouver, Canada. E mannaggia a me che sono tornato.
1993 - 1998: Maturità Linguistica - Liceo Linguistico Statale “Ciccio Pasticcio” - votazione 48/60 (sì, so' vecchio e c'ho il voto in sessantesimi, e allora??).
1993 - 2000: Inutilizzabile Compimento Inferiore di Violino, e conseguimento dei diplomi di Teoria e Solfeggio (1996), Pianoforte Complementare (1996), Armonia Complementare (2000). Il violino è in vendita, nel caso interessi a qualcuno.

FORMAZIONE PROFESSIONALE (ovvero: corsi che fortunatamente non ho pagato io)

2007: Certificazione Apple Pro per il software di video editing Final Cut Pro 6 - Livello I. Non ho copiato, giuro.
2006: Seminario Apple sul software di postproduzione digitale “Aperture”, in inglese. Ho restituito le cuffiette dopo che la povera traduttrice si è incagliata sui requisiti di sistema.
2005: Corso di aggiornamento HW/SW su EFI ColorPASS e System6, in inglese. Qui non c'era alternativa.
2003: Seminario High Level sul Colore “Profili ICC e Flusso Digitale” tenuto dai docenti dell’Istituto Salesiano San Marco di Mestre (VE). A Napoli, il che crea non poca confusione.
2002: “Corso di aggiornamento HW/SW su EFI ColorPASS e System5” - Rozzano (MI)
2001: “Color Management Advanced Training” - Rozzano (MI). La mia prima volta a Milano, esperienza terrificante di un caldissimo luglio, l'albergo era vicino Piola perché il capo era convinto fosse vicino. Successivamente ho scoperto che "economico" era il termine che aveva sulla punta della lingua ma non gli veniva in mente mentre me lo diceva.
2001: Corso di formazione presso “CICCIO Informatica”, con sede a Modena (MO), sul pacchetto di applicativi “CICCIO Designer”. Mi chiedo ancora come mai l'azienda per cui lavoravo allora non ne ha venduta una copia nonostante il nome vincente.

ESPERIENZE PROFESSIONALI (ovvero: se quello che fai ti piace, non ti pagano. Se non ti piace, nemmeno. Tanto vale che te lo faccia piacere)

Marzo 2008:
Costruzione set e reportage del backstage per il video X.

Febbraio 2008:
Realizzazione foto in studio per sito web e booklet album della Band Y.

Giugno 2007:
Reportage per “IED Nessun Dorma!”, evento organizzato da IED Comunicazione e importanti partners presso il Palazzo del Ghiaccio di Milano. C'eri anche tu? Io ero quello ubriaco con la macchina fotografica. (adoro i free drinks alle feste)

Marzo 2005 - luglio 2007:
Collaborazione part-time presso il CBC “CS”, con sede ad Assago (MI):
• Esperto Sistemi Apple
• Responsabile Reti e Sistemi.
• Tecnico installatore
• Assistenza tecnica Software.
Collaborazione part-time serve soltanto a giustificare il rinnovo di cinque contratti a progetto sottopagati, per il resto ero sempre in giro a sbattermi tra un cliente e l'altro mentre studiavo.

Maggio - giugno 2007:
Documentazione eventi “La Moto più Bella del Mondo” e “Il Camion e la Moto più Belli del Mondo”, organizzati da Museum s.r.l. presso il Teatro IED Comunicazione e l’Auditorium Arena Civica di Milano. Nonostante abbia speso in telefonate più di quanto avessero promesso di pagarmi, non mi hanno ancora pagato. Per questo motivo di questi qui lascio i nomi in chiaro.

Febbraio 2007:
Reportage per “Fashion in Action”, evento organizzato da IED Moda Lab, UOVO Project e altri importanti partners. Sempre gli stessi partners. Che vogliono restare anonimi anche stavolta.
Realizzazione backstage fotografico durante l’allestimento e la presentazione del primo numero di “FEFE [free entry free exit] Magazine”. La splendida ragazza nuda da fotografare alla fine è valsa l'attesa di un'intera giornata.

Da aprile 2005:
Collaboratore esterno presso “DFS”, con sede a Piacenza, in qualità di Grafico. Capitava spesso che si confondessero e mi chiedessero una rappresentazione a torta di un dato foglio excel. La torta ovviamente la mangiavo io. Loro mangiavano la foglia excel.

Marzo 2003 - marzo 2004:
“OPV” - sedi di Bari e Martina Franca (TA):
• Responsabile dei servizi di Pubblicità e Grafica.
Quando mi hanno detto che oltre a seguire due sedi a 80km l'una dall'altra contemporaneamente (con mezzi di trasporto a mio carico) avrei dovuto anche andare in giro a cercare nuovi clienti, ho fatto i bagagli. Gli ho tirato un bel pesce d'aprile, ora che ci penso.

Maggio 2001 - marzo 2003:
“Bidibbì” (Ciesseccì), sede di Putignano (BA):
• Esperto Sistemi Apple (meno esperto, ma si sa che nel paese dei ciechi l'orbo è re)
• Tecnico installatore
• Assistenza tecnica Software e Sistemi.
Le promesse erano promettenti. La realtà era fin troppo realistica. E fuggii.

COMPETENZE LINGUISTICHE (ovvero: so attorcigliarla, so fare la "U", sono molto sensibile ai sapori e non mangio verdura)

Inglese: fluente (ma si può far di meglio)
Francese e Tedesco: livello scolastico. No, scordati di chiedermi qualcosa in tedesco (a parte i numeri). E odio il francese, quindi non lo parlo.

SOGGIORNI (talvolta anche STUDIO) ALL’ESTERO (ovvero: mamma e papà per fortuna non mi volevano tra i piedi)

Agosto 2007 - Gennaio 2008: Vancouver e British Columbia (Canada). (sospiro)
Settembre 2006: New York, USA (sospiro)
Agosto 2003: New Jersey e Vermont, USA (sospirerei, se non avessi la tosse e non temessi di essere ripetitivo)
Luglio - Agosto 1997: Cincinnati e Chicago, USA (che bello, ho appena trovato quella gnocca -oops, scusate il francesismo ma è cresciuta decisamente bene- della mia sorella americana su fèisbuc! Peccato non si ricordi più di me, uffa)
Dicembre 1996: Germania (non ricordo nemmeno più dove, ma non è importante perché sono tornato che parlavo francese)
Agosto 1994: London, UK (qui invece sono tornato e parlavo siciliano. Sempre colpa delle donne, ma era tutta teoria alla fine)
Agosto 1992: Israele, Egitto, e altri luoghi vari molto belli, molto salati, molto caldi.
Agosto 1990: Israele, Giordania e dintorni. I quattro rulli di foto fatti all'epoca mi sembravano un'immensità.

COMPETENZE FOTOGRAFICHE (ovvero: sì, te la faccio la foto con la fidanzata davanti al monumento, cosa devo schiacciare?)

Aree di competenza: Still Life, Ritratto in Studio, Fashion, Reportage per eventi, Fotografia di Cerimonia. Faccio anche le cartoline se mi va.
Familiarità nell’utilizzo di sistemi reflex 35mm, di macchine per il medio formato come Hasselblad, Mamiya e ZenzaBronica, di apparecchi a banco ottico nei formati 10x12, 13x18, 20x25.
Ottima conoscenza dei sistemi reflex digitali Canon, conoscenza basilare dei sistemi Nikon (anche se evito), Fujifilm, Olympus, Sony, capacità di rapido apprendimento con la maggior parte delle attrezzature digitali e dei relativi software di acquisizione e post-produzione (Adobe LightRoom, Apple Aperture, Canon EOS Capture, EOS Browser, Capture NX, CaptureOne, Adobe Photoshop CS3, Camera Raw). Ehi ehi, tutto software originale, qui non si scherza.
Ottima conoscenza di luci e attrezzature da studio. Del TUO studio, quello che sono venuto a svaligiare il mese scorso.
Buona conoscenza delle tecniche di camera oscura, manualità con lo sviluppo e la stampa in bianco e nero e a colori. La pellicola è morta, viva la pellicola!

COMPETENZE INFORMATICHE (ovvero: sì, sto imparando a usare il computer ma non so fare molto bene il caffè)

Ottima conoscenza di sistemi operativi Apple (fino alla versione 10.5) e Windows (fino a XP, (s)Vista non voglio nemmeno guardarlo). Anche il Basic del Commodore 64, ma solo se posso collegarlo a un televisore 39". Il monocromatico verde mi fa male agli occhi.
Buona conoscenza di sistemi operativi Windows Server (fino alla versione 2003). Conosco soprattutto le cose che creano problemi. Non ti funziona la stampante? Hai per caso in rete da qualche parte un server 2003? Ah, ecco, prova a staccargli la spina e vedrai che funziona. Lo sciacquone del bagno ti dà problemi? Dev'essere quel ciddì di installazione di 2003 Server che hai nel mobiletto, buttalo via e risolverai tutti i tuoi problemi. No, la fidanzata devi trovartela da solo.
Conoscenza di base di varie distribuzioni GNU/Linux: Mandrakelinux/Mandriva, Ubuntu, Slackware, FreeBSD, RedHat. Non chiedermi di installarci l'aggiornamento di Firefox però.
Ottima conoscenza di applicativi per il DTP: Adobe Photoshop, Adobe InDesign. PageMaker ho dovuto cancellarlo dal curriculum perché mi ridevano tutti in faccia, uff.
Buona conoscenza della suite di video editing Final Cut Studio 2.
Conoscenza di base di Quark XPress, Macromedia FreeHand, Adobe Illustrator, Adobe Acrobat Professional, Enfocus PitStop Professional, Suite Microsoft Office/SUN OpenOffice, Adobe Premiere. Nel senso che so perlomeno a che servono. Come? Devo cancellare l'ultima frase? E perché?
Ottima conoscenza Internet e principali protocolli di rete: LAN, WAN, RDC, VNC, FTP, E-mail, P2P. L'ho già detto che però non ho internet a casa?
Ottima conoscenza dei Sistemi di Stampa Digitale Canon, a colori e in bianco/nero. Xerox, Epson e HP non posso nominarle per contratto.
Ottima conoscenza dei flussi di lavoro della stampa digitale in ambito tipografico (standard Adobe PDF-X). Preferisco però i PDF-XXX, hanno contenuti molto più interessanti.
Ottima conoscenza della Teoria del Colore e della gestione di sistemi linearizzati secondo gli standard ICC. Questo significa che so perché ciò che vedi a monitor non verrà mai stampato uguale. Eh no, non vengo mica a dirlo a te, il perché! Tsk.

PARTECIPAZIONI EVENTI FOTOGRAFICI (ovvero: ogni volta che riesco a imbucarmi a una festa, lo faccio. Purché abbia una camicia pulita nell'armadio)

“Sound in a Frame”, Spazio Aurora, Rozzano (MI) - Italia (marzo 2008)
“The Polaroid Show”, ECIAD Concourse Gallery, Vancouver - Canada (ottobre - novembre 2007).

INTERESSI (ovvero: mi dispiace, non guardo la TV e non so nulla di calcio)

Fotografia - Musica - Computer e nuove tecnologie - Viaggi in Italia e all’estero - Vespa d’epoca – Viaggi in Vespa – Lettura - Psicologia - Teatro. Non necessariamente in quest'ordine, e non necessariamente presi uno alla volta. Mi è capitato ad esempio di fare un viaggio all'estero con la mia Vespa d'epoca portandomi dietro la macchina fotografica, un buon libro di psicologia e il computer portatile nuovo, e mentre andavo canticchiavo le canzoni che avevo ascoltato nella rappresentazione di Liolà della settimana prima.

DISPONIBILITÀ (ovvero: le faremo sapere)

Part-Time, collaborazione, assistentato in studi fotografici. In casi limite, prostituzione (tanto, ormai...)


Non autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della legge n. 675/96,a fini di selezione del personale, ma se ci sono fanciulle interessate là fuori mi metto a completa disposizione.

Hai voluto la bicicletta? E mo pedala.



Sottotitolo: Come rifarsi una vita dopo cinque mesi in Canada.

1) Finisci di mettere in ordine le scansioni delle foto fatte a Vancouver e dintorni, fotosciòppa tutto, mettile su flickr e dimenticatene.

2) Non aspettare di finire il deodorante comprato lì all'IGA di Main St., buttalo via e comprane uno italiano, magari un bel neutroroberts che è neutro e neutrale (forse anche meno chimico, va')

3) Evita di lasciarti dietro legami importanti, soprattutto se non hai modo di tenerti in contatto ogni volta che ne hai voglia (niente telefono e niente internet rendono paco pazzo furioso)

4) Fatti una ragione del fatto che la scuola di Milano NON È come quella di Vancouver, smettila di fare paragoni nella tua testa e scordati del metodo nordamericano col bicchierone di caffè in classe. Qui non è così. Non si mangia e non si beve in studio. Ordine e disciplina, cazzo.

5) Deciditi una buona volta a mettere via gli scontrini canadesi che hai ancora sul comodino (sono sopravvissuti agli svariati passaggi di swiffer duster, non sono così zozzone, dai!), sulla lavagnetta ikea, nel portafogli, nelle tasche della giacca, nella Vespa (ma come cazz..chio ci sono finiti lì?!?), nello zaino della macchina fotografica. Nella macchina fotografica (non ho il sensore sporco, è uno scontrino che è rimasto incastrato davanti)

6) Non credere a tutti quelli che hai lasciato indietro e ti dicono "mi manchi", e nemmeno a quelli che ti dicono "verrò a trovarti", a meno che non vengano direttamente a suonare alla tua porta (ah beh, sì, è già successo)

7) Smetti di fermarti incantato ogni volta che vedi un mappamondo o una guida lonely planet della british columbia nei bar, nelle librerie, nei pub, nei centri commerciali. Sì, togli di mezzo anche quella che hai ancora nello scaffale insieme ai tuoi libri in inglese. Per ora non ne hai più bisogno.

8) Smetti di rimpiangere ClassicRock101 from Vancouver coi suoi Led Zeppelin a tutte le ore, e rassegnati pure alla chiusura di RockFM da Milano (tragedia, tragedia, mioddio, come farò, non lo so, non lo so)

9) Se la tua soglia di attenzione è sotto lo zero, ma improvvisamente aguzzi le orecchie quando senti parole tipo "Canada", "British Columbia", "Vancouver", "Oceano Pacifico", "sciroppo d'acero", "Eggs Benedict", fatti visitare. Da uno bravo. Anzi, da uno meglio.

10) Mettiti a dieta, quella panza non ce l'avevi quando mangiavi sushi.

11) Il weather widget di Vancouver non ti serve. Disinstallalo.
(anche perché dà sempre pioggia...)

Ora che ho scritto questo piccolo promemoria, è bene che lo salvi da qualche parte, in modo che, almeno la prossima volta, possa seguire tutto per filo e per segno.
La prossima volta, appunto.


Foto di: ottobre, sempre lì
Macchina: svedese all'estero
iTunes: no, stasera no.

Se ci sei (ogni tanto) batti un post


Alcune cose che non vanno negli ultimi mesi:

• sono tornato dal Canada
• ho trovato la stanza ribaltata dal coinquilino sostitutivo che pergiunta è fuggito senza pagare affitti e bollette e portandomi via della roba
• l'altro coinquilino è sempre più strano
• alla Culona non riesco a far funzionare la freccia posteriore sinistra
• non mi sono ritrovato in valigia l'alimentatore degli altoparlanti Harman Kardon da sette dollari e novantanove comprati usati a Vancouver
• la mia stanza è diventata piccola, nonostante io non sia ingrassato (anzi...)
• i coinquilini non hanno pagato fastuèbb mentre ero via, e quelli (giustamente) hanno tagliato la linea. Ovviamente non ho alcune intenzione di pagare i LORO arretrati
• sto regalando venti euri al mese alla tim per connettermi dal cellulofono via gipierreesse, e mi sembra di essere tornato ai tempi del 24k (all'epoca però i siti non facevano un uso intensivo di flash e java, per cui si stava meglio quando si stava peggio)
• sono costretto a girovagare come un rabdomante col portatile per elemosinare connessioni wifi sprotette ovunque in città, e gli amici ormai evitano di invitarmi a casa se ho dietro il computer
• ho riempito l'hard disk da 500GB. Beh, in realtà l'avevo già riempito in Canada, ma ero troppo preso a esplorare per rendermene conto
• mi hanno chiamato dal vecchio lavoro per chiedermi se volevo tornare da loro, ma quando ho detto che stavolta avrebbero dovuto pagarmi, mi hanno risposto con un imbarazzato "le faremo sapere"
• mi manca il sushi contraffatto del postaccio vicino a scuola
• mi manca il Canada (eh, oh, uff. Ah.)
• la scuola è una noia mortale e una inammissibile perdita di tempo
• dovrei decidermi a parlare con il mio relatore di tesi, ma lui continua a scappare (aggiungo anche che ha le gambe più lunghe delle mie)
• merda, il mio relatore di tesi è fuggito in Islanda
• ho bisogno di un'idea per la mia tesi che, ecco, sarebbe a giugno
• ho capito perché il mio relatore di tesi continua a sfuggirmi
• il laboratorio ha cannato lo sviluppo di due lastre che avrei dovuto stampare entro mercoledì prossimo (nessuna speranza di rifare lo scatto col set impossibile che avevo)
• mi hanno spostato un esame al giorno in cui raianèr avrebbe dovuto portarmi a Casa dopo mesi
• dopo internet, fastuèbb ha pensato bene di staccarmi anche il telefono
• il primo uicchènd libero da gennaio era quello che sta cominciando, e nonostante avessi voglia di farmi un giretto in Vespa per sentirmi per un po' straniero in terra straniera, le previsioni del tempo mi hanno fatto optare per una bella Pasqua a sistemarmi i backup dei 120GB di foto dell'ultimo trimestre (i negativi una volta occupavano molto meno spazio)
• ho finito i soldi (ancora prima di riempire l'hard disk da 500GB)
• ieri ho fatto un esame in cui, tra le altre cose, bisognava consegnare un articolo di giornale con foto e testo, e la prof mi ha detto che era meglio il testo che le foto (ho sbagliato mestiere?)
• ho creduto alla promessa della prefazione "un Cussler vecchia maniera", ma dopo aver divorato le 457 pagine, mi sono reso conto che Clive sta decisamente invecchiando, altro che "Tesoro" e "Virus", ormai non ce la fa più (e Dirk Pitt è morto, insieme ad Al Giordino)
• attendo visite di gente che viene da lontano ma che non fa altro che procrastinare, dovrò farmi delle domande?
• ansia e angoscia [cit.]
• i miei bimbi a scuola sono impegnati e in mia assenza si sono dati da fare
• è un sacco di tempo che non scrivo un post, anche se avrei mille cose da dire


Alcune cose che negli ultimi mesi mi stanno dando soddisfazione:

• sono tornato in Italia
• ho cambiato la disposizione della stanza, e voglio un planisfero gigante da appendere al muro
• l'altro coinquilino è sempre più strano, ma sono più le volte che non c'è che quelle che si fa vedere
• la Culona è sempre una soddisfazione
• ho trovato un alimentatore nella spazzatura che era compatibile con gli altoparlanti Harman Kardon da sette dollari e novantanove, e pergiunta funziona
• non sono ingrassato (ma forse sto invertendo la rotta dopo tre mesi)
• non sono ancora venuti ad arrestarmi. Tanto sono innocente e ho un alibi di ferro, lo sanno bene
• sebbene il traffico incluso nei venti euri della tim sia di soli cinquecento mega al mese, con gmail e un po' di (leeeeeeeeeeeeeeeeento) flickr non ho ancora sforato
• ho un sacco di amici. Tutti i miei amici hanno tanta pazienza. E un wifi veloce
• un amico mi ha prestato un hard disk da 500GB per permettermi di fare ordine (gazzu, ho già riempito anche questo!)
• ho un bel po' di tempo libero non continuativo. Il che non mi impedisce di procrastinare allegramente
• ho smesso di mangiare sempre e solo sushi contraffatto
• mi manca il Canada (viva il magone che, se preso insieme a una cartina e a buon rock'n'roll, ti fa stare bene)
• la scuola è una noia inammissibile e una mortale perdita di tempo (e questo alimenta un sano sarcasmo e distaccato cinismo verso le cose, alla lunga mi renderà invincibile. Credo.)
• il mio relatore di tesi continua a scappare (vedi quattro punti sopra)
• il mio relatore di tesi è fuggito in Islanda, olè
• a giugno do la tesi. Chiunque mi chieda cosa sto preparando per la tesi sarà punito con cinquecento frustate e una settimana col mio coinquilino (potete scegliere quale)
• ho capito perché il mio relatore di tesi continua a sfuggirmi (ma non ve lo dico)
• prima di smontare l'ultimo set, in un impeto di lungimiranza ho fatto uno scatto con la digitale, che non si sa mai
• il prof dell'esame spostato ha risposto alla mia mail piagnucolosa concedendomi un esame "personalizzato" in data da definirsi. Non ha accennato a sodomia o a pene corporali nella mail, quindi credo sia una cosa buona (no?)
• ho scoperto che skype funziona anche con le connessioni a 24k, anche se devo riavviare il cellulofono ogni otto minuti per farlo raffreddare
• ho tre giorni per sistemarmi i backup dei 120GB di foto dell'ultimo trimestre. E ho fatto una considerazione: i negativi una volta occupavano molto meno spazio)
• avere un hard disk pieno è sempre meglio che avere il portafoglio vuoto. In medio stat virtus, ma come?
• ieri mi sono tolto di mezzo un esame. Punto.
• ho ricominciato a leggere libri. Libri di merda, anche, ma pur sempre libri
• mi sto facendo delle domande, e fortunatamente sono troppo pigro per darmi delle risposte
• rispetto e masturbazione [cit.]
• i miei bimbi a scuola sono impegnati di brutto e in mia assenza mi hanno pensato un sacco
• non ho perso l'abitudine di non rileggere i miei post chilometrici, quindi tenetevi tutti gli errori, fanno sempre colore.

P.S.: Primavera! (?)


Foto di: qualche tempo fa, cazzeggio flash a scuola coi miei bimbi
Macchina: dea EOS
Classic Rock One O One, Vancouver, ha lasciato posto a: RockFM, Milano.

Solstizio d'aereo


Jan 2nd, 6.02 PM (ora di Toronto)

Dall'alba al tramonto in sei ore. Altro che ventuno dicembre, il giorno più corto dell'anno è il due gennaio. E, beh, inutile dire che è allo stesso tempo anche il più lungo.
Centocinquantacinque giorni, ora più, ora meno.
Era ieri quando attendevo il "98 B-Line" sotto la pensilina dell'aeroporto, e mi chiedevo cosa mi aspettasse nei cinque mesi successivi. E oggi davanti a quella pensilina ci sono passato ancora, ma ero in una macchina gigante con un vano di carico in cui ci starebbe comoda la Mitica UNO!® e forse pure la Vespa piccola, e non ero da solo come ad agosto. Le persone che erano con me, inutile dirlo, non avrei mai immaginato di incontrarle nel mio cammino, sono quelle cose che ti mandano in pappa il cervello quando accadono e provi a collegare le coincidenze che ti riportano indietro forse di lustri. Ma questo è un gioco che piace fare solo a me, per conto mio, non annoierò nessuno qui.

Non riesco a ricordare (e sul lungo termine ho buona memoria, eh!) una partenza-ritorno senza la pioggia. Certo, a Vancouver piove spesso, in inverno.
A Vancouver piove praticamente tutti i giorni, in inverno. L'ultima settimana invece, a parte qualche sprazzo nuvoloso-umido, è stata la più splendida settimana di sole fresco degli ultimi anni, a giudicare dai commenti degli indigeni. Il cielo mi ha regalato temperature decisamente invernali accompagnate da un sole di cui mi sono innamorato ogni giorno di più negli ultimi mesi, basso, giallo, lento. Luce calda, ombre lunghe, tramonti infiniti. E ieri sera, mentre bevevo una birra in strada avvolta in un guanto come un fuorilegge insieme al mio nuovo fratello turco ritrovato (mamma??) e altri nuovi buoni amici, all'improvviso (come sempre) l'aria si è trasformata in miliardi di minuscole goccioline, e in pochi minuti in pioggia battente. Ha diluviato tutta la notte, e al mattino le gocce mi hanno seguito fino in aeroporto. "Sevilla llera porque me voy", avevo imparato a gennaio. Credo possa funzionare con qualsiasi città che mi abbia ospitato per più di 24 ore. La statistica mi dà ragione, è inutile raccontarsi frottole.
(frottole, mi piace questa parola, non la usavo dal 1984)

Scrivo da Toronto (che si pronuncia trno, ma in modo molto più confuso), prima tappa del mio ritorno (se non è itinerante almeno nelle intenzioni, non è un MIO ritorno).
Sul biglietto Toronto-Zurigo mi hanno messo il timbro "volo domestico". D'accordo che si abbattono le frontiere e bla bla bla, ma cacchio, definire domestico un volo transoceanico mi sembra un tantino eccessivo... oppure la tizia che mi ha timbrato il boarding pass la pensa come me, per quanto riguarda le distanze.
Lo so, avevo detto che ne avrei parlato mesi fa, e invece non l'ho ancora fatto.
È che sono stato impegnato a confutare le mie teorie sulle distanze che al contrario di quanto si pensi sono solo nella nostra testa, e a perfezionarne un'eventuale discussione davanti all'Inquisizione. Non ho ancora finito, avrò bisogno di un'altra dozzina di anni di viaggi almeno, e poi passerò alla fase approfondimento.
(mai stanco, di viaggiare, il Gene G colpisce ancora)

Credo che a Zurigo comprerò della cioccolata (se avrò tempo nei 55 minuti di trasbordo, dubito).

Stanno chiamando il mio volo, ci vediamo in Europa.


Jan 3rd, 7.45 AM (ora italiana)

Sorseggiavo un orrendo pseudo caffè guardando distratto il nero pece fuori dal finestrino ovale quando, improvvisamente, l'alba.
L'aspettavo da un bel po', dopo tre cambi di fuso in poche ore non so più se credere al mio stomaco, al mio neurone o alle mie gambe stanche (e addormentate). La notte diventa cortissima quando si viaggia verso est, questo l'avevo imparato anni fa. Quattro anni (e mezzo) fa, poi, mentre tornavo da Philadelphia, questa grande verità mi aveva lasciato senza fiato palesandomi davanti agli occhi l'alba più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita, in un momento in cui ero convinto fosse notte. Quell'alba infotografabile, che ho ben chiara nella mia testa, non l'avevo mai raccontata a nessuno fino a ieri. E mi sono accorto che a raccontarla non cambia nulla nè a me nè a chi ascolta, quindi una volta tanto farò l'egoista e la terrò tutta per me.
L'alba che c'è ora è un'alba parecchio normale, con la luna sull'ala destra del 767 e strane nuvole un po' dappertutto. Il blu-grigio mi circonda, l'aereo rumoroso sballotta qua e là tutti quanti (in ogni caso sempre meglio della turbolenza in cui ci siam trovati nel bel mezzo dell'Atlantico stanotte, credevo che stessimo perdendo un'ala a un certo punto), e non vedo l'ora di essere a casa. E subito dopo a Casa.

A Vancouver la troia di turno voleva farmi pagare l'eccedenza bagagli. Due valigie da 27kg, ben quattro oltre il consentito. E direi che senza avere una bilancia in casa non me l'ero cavata poi così male. Anzi, all'andata erano anche più pesanti. I venti chili di roba spedita l'altro giorno sono stati vera lungimiranza (e mattanza per il portafogli).
Visto che l'eccedenza si paga per ogni singolo bagaglio più pesante del consentito, mi sono messo a giocare a tetris col contenuto delle due valigie, e il risultato è stata una bellissima samsonite verdone da 22.9 e una gigantesca cosa informe blu da 31.7 (se supera i 32 kg non me la fanno nemmeno entrare in aereo, pfui). Settantacinque dollari pagati solo per la seconda, e ho anche risparmiato qualcosa rispetto a una spedizione con corriere espresso.
Aiuto, fuori è tutto grigio. A parte qualche lucina arancione un basso, lontano, laggiù. Chissà dove sono. L'arrivo a Zurigo è previsto tra una una ventina di minuti, mi sa che sono in Francia. Aiuto, sono sopra la Francia.

La colazione col muffino e il succo d'arancia finto non era male, peccato che le mele rosse tagliate a fette e imbustate fresche (massè) avessero un vago sapore di acqua di rubinetto tarocca.
Sotto di me non ci sono più nuvole spesse, solo qualche strisciolina umida, qualche paesone decisamente svizzero, montagne con tutto lo zucchero a velo sopra (se fossimo già a Milano sarebbe un altro tipo di polvere bianca), lucine ovunque e le marmotte che confezionano la cioccolata.
Devo spegnere o mi buttano fuori, ciao.


Jan 3rd (sic), 9.17 AM (ora italiana)

I controlli sicurezza mi fanno sempre sudare freddo.
Non perché abbia qualcosa da nascondere, ma perché mi succede sempre qualcosa che mi fa (rischiare di) perdere il volo. Come l'altra volta, ad esempio (mi sento autoreferenziale oggi, si vede? O forse mi piace rileggermi i post vecchi una volta tanto).
Stavolta non ero a Heathrow, ma a Zurigo. Gli svizzeri sono più precisi e ordinati anche nella vita vera e non solo negli stereotipi, mi hanno "solo" fatto svuotare completamente lo zaino perché "c'è troppa roba, non riesco a capire cosa vedo ai raggi X".
Quando ho tirato fuori il Mac, tutta l'attrezzatura fotografica che visti i precedenti non mi fido a mettere in valigia, una dozzina di pellicole medio formato, un flash gigante e caramelle Rolo, il tipo mi ha fatto "professionista, eh?" "chi io? Ah, sì, sono un fotografo, eheh". Se l'è bevuta. Saranno state le caramelle Rolo a darmi un'aria professionale, benchè indossassi la mia felpa grigia zozza, jeans sdruciti da viaggio e scarpe ancora fangose da ottobre (quando è iniziata la stagione delle piogge in British Columbia).

All'aeroporto di Vancouver c'era una fila lunga venti chiometri, un'unica fila educata e democratica che si divideva dopo giri immensi davanti ai banchi del check-in. E il tutto effettivamente era abbastanza veloce, se vedessi una fila così in Italia probabilmente penserei di tornarmene a casa e partire un altro giorno.
Arrivato al gate di Zurigo, una fila tutta italiana mi attendeva al banchetto portatile del controllo passaporti. Mi sono sentito a casa, lo ammetto. Ma ammetto pure di essermi un tantino irritato. Mi starò canadesizzando? Aiuto.

Ok, l'aereo è sula pista pronto a partire e il pilota aspetta che spenga il portatile, qua s'incazzano tutti se continuo a scrivere.
Ah, cara vecchia carta e penna, quand'è che ti ho dimenticato?


Jan 3rd, 5.20 PM (ora di Milano)

Il solito amico mi è venuto a prendere in aeroporto. E mi ha portato a casa sua a rifocillarmi.
A Milano nevica, ed è così strano vedere tutto velato di bianco. Poche ore fa ho lasciato una città circondata dalle montagne con la cima quasi sempre innevata, questo non mi aiuta a realizzare che sono tornato. Certo, le targhe italiane, le code dei TIR in tangenziale e le bisarche piene di Panda giallo pastello dovrebbero riportarmi un po' alla realtà, ma non è così facile come sembra, specie se per il mio corpo sono le otto di mattina e io non dormo da due giorni, se ho preso settemila caffè schifosi più uno vero appena atterrato (perdipiù offerto, che lo rende ancora più buono), e se per il mio stomaco che ha ingerito un'ottima carbonara improvvisata è da poco passata l'ora di pranzo.
Il mio italiano è peggiorato, non riesco a capire cosa sto scrivendo.
Devo resistere fino a stasera, non devo dormire, o non mi abituerò mai al fuso italiano (il fuso italiano sono solo io, in questo momento). Domani sveglia a orari decenti (alle otto dovrebbe andar bene), disfo le valigie, faccio la spesa e cerco di ritrovare le mie abitudini.
Il prossimo step è recuperare la Vespa custodita in un garage di cui nessuno ha le chiavi, fare la revisione, e andare in cerca di una nuova casa, che questa ormai mi sta stretta.
Anche trovare un lavoro non sarebbe male, visto che mi attendono sei mesi di scuola, vita milanese, benzina (a proposito, quanto costa adesso la benzina? Sono fuori dal mondo!) e spese varie e non ho il becco di un quattrino da un mese e mezzo.
Sono stanco e ho sonno. Ce la farò.

Non riesco a tirare le somme di questa avventura incredibile che mi è capitata, ho bisogno di dormirci su. Soprattutto di dormirci.
Magari ci penso, eh?


Foto di: tre ore fa
Macchina: eos affamata
In radio: rock fm. Fico!

Che si sappia


Sto facendo le valigie. O, più precisamente, ci sto provando.
Dopo quasi vent'anni a fare e disfare valigie con estrema nonchalance, non avrei mai immaginato che questa volta sarebbe stato così difficile.


Foto di: boxing day a guidare una vecchia volvo lungo le curve dell'Isola
Macchina: EOS operata da fotografo femmina
iTunes non ne azzecca una, ma va bene così: José González - "The Nest"

Tutto vero


Una settimana fa c'era il sole, poi mi sono svegliato e c'erano due pollici di neve (mi sto abituando alle misure imperiali, qualcosa in contrario?).
Il giorno dopo i pollici sono diventati quattro (non ero ubriaco, sto parlando di neve!), e i bambini del quartiere non smettevano di urlare dalla felicità.
A un certo punto, i fiocchi sono diventati goccioloni giganti, e in una sola notte si son portati via tutto. Anche i due pupazzi di neve simpaticissimi vicino a scuola.
Se non avessi due foto fatte con la pellicola, penserei di aver sognato tutto.

Quattro giorni fa c'era un sole talmente caldo che credevo di essere in estate, e invece ero in Canada.

Due giorni fa stavo camminando su Broadway e, proprio mentre passavo accanto alla fermata della B-Line, ho visto l'autobus fermarsi e alla guida c'era Babbo Natale in persona. Con tanto di berretto e barba, sacchi pieni di regali e tutto il resto. Ha detto che le renne non rispettavano le normative anti inquinamento della British Columbia (devono essere molto severi nei controlli delle emissioni, a quanto ho capito), e quando gli hanno consigliato di prendere l'autobus, ha preso il consiglio alla lettera.
Ha guidato su e giù per Vancouver tutto il giorno accompagnando i pendolari e facendo felici i bambini, oltre ovviamente a quelli che, al contrario del sottoscritto, avevano a disposizione una macchina fotografica (gigitale usa-e-getta, dove sei quando ho bisogno di te??).

Oggi... beh, oggi è successo questo:














E finalmente posso tornare ad andare a dormire a orari umani, senza bisogno di restare a scuola fino alle due di notte...
(tutte balle, sono le undici e sto cazzeggiando, sicuramente non mi metto a letto prima delle tre!)


Foto di: un po' e un po'
Macchina: Hasselblad notturna più Canon mattiniera incontratesi grazie all'agenzia matrimoniale photoshop
iTunes ha appena randomizzato: Snow Patrol - "Mahogany".

Il concetto di normalità (tema a svolgimento casuale)


L'altra sera, mentre mi arrampicavo lungo la salita che da scuola porta all'autobus, pensavo che fare un chilometro all'andata e uno al ritorno ogni giorno (anche più volte nella stessa giornata) potrebbe sembrare un po' strano. Se penso alla stessa distanza a Milano, sarebbe come uscire dalla metro a Porta Romana e farsela a piedi, di corsa (l'ho già detto che sono un ritardatario crocino al mattino, vero? Sono un ritardatario cronico al mattino). Ogni giorno. Follia, pura follia.
Invece a Vancouver la scuola è ubicata su una penisola artificiale dove gli unici mezzi diversi dalle macchine e dalle biciclette sono le betoniere della cementeria storica che c'è di fianco alla scuola, e gli autobus fermano quasi tutti su Broadway o qualche traversa più a nord, sulla 5th Avenue. Andare a piedi per salite e discese killer è normale, come in Italia sarebbe normale lamentarsi di un tale scandaloso disservizio dei mezzi pubblici.

Gli autisti degli autobus non sono blindati e asociali come a Milano, qui è normale che scendano dall'autobus per indicarti la strada o per aiutarti a caricare la bicicletta, salutano e ringraziano quando sali a bordo mostrando il biglietto, e ce ne sono alcuni davvero eccezionali.
Io, per esempio, sono pazzo per un'autista straordinaria, che di solito si trova sulla linea del 3 o del 19 (non "la" 19 come a Milano, eheheh). Un giorno glielo dirò, che è la migliore autista del mondo.
Canta e fischietta mentre va, attacca bottone con chiunque, augura buon Natale in pieno agosto al gruppo di vecchietti simpatici che non sapeva dove scendere (è una storia lunga), e nell'ora di punta, quando il bus (elettrico e silenzioso) pieno da scoppiare è fermo al semaforo e l'unico rumore che si sente è la pioggia fuori dai finestrini, si annoia e fa "ehi ragazzi, che silenzio! Siamo in settanta qui dentro, possibile che nessuno abbia qualcosa da raccontare? Com'è stata la vostra giornata?". E uno dei passeggeri fa "ottima, è venerdì!!". E giù mezzo autobus a ridere.
È raro (e strano!) che un autista non sorrida (se si esclude quello col turbante, ma credo sia normale), ed è normale che se la gente non riesce a salire non se la prende e aspetta l'autobus successivo senza fare una piega. C'è una linea rossa vicino alle porte, se i passeggeri la superano il bus non accetta più persone, anche se lo spazio ne permetterebbe una mezza dozzina ancora. E la scritta sul davanti ti chiede scusa se stai aspettando e non si ferma, "Sorry, bus full", "Sorry, not in service".
Io sono ovviamente l'unico che si abbarbica sui gradini della B-Line (dove non si può stare), ma è normale: sono italiano.

Per fortuna di italiani ne ho trovati pochi, anzi solo due. In tre mesi è una buona media, per me che lo scorso anno a New York ne avevo beccati almeno una trentina in due settimane. Lo ammetto, non mi piace incontrare italiani in giro per il mondo, ho avuto sempre brutte esperienze con il tremendo stereotipo dell'italiano in vacanza. Nonostante io stesso sia un italiano in una specie di vacanza e questo si capisca da come gesticolo quando parlo al telefono e da come evito Commercial Drive che è definita la Little Italy di Vancouver per la quantità di ristoranti "da Giorgio", "da Marcello", "da Tony, "da Giuànn".
Ma è normale che prima o poi cederò al profumo della pizza di Marcello cucinata nel forno a legna, pur sapendo che non è la stessa cosa.

Il nome non ufficiale di Vancouver è Honkouver, e il perché non è difficile da immaginare. Qui però non succedono casini come in Paolo Sarpi a Milano, il fatto che il 30% della popolazione sia asiatica è una cosa normale. Anche se la maggior parte dei regolamenti di conti avvengano proprio tra di loro, che evidentemente hanno un concetto personale di Mafia.

Qualche tempo fa mi è capitato di noleggiare un'auto e andarmene in giro per le montagne qua intorno. Senza volerlo, sono finito sulla tortuosa e panoramica (spettacolare!) strada che porta a uno dei futuri siti delle Olimpiadi Invernali 2010, Whistler. Ha piovuto per tutto il giorno, ma il paesaggio era godibilissimo lo stesso. Anzi, con le nuvole basse a sinistra, il mare e le isole di fianco e le montagne a destra, il tutto contribuiva notevolmente all'idea di avventura. Unica nota stonata, in occasione dei Giochi Olimpici stanno allargando la strada. E beh, qual è il problema, direte voi? Il problemino è che c'è questa strada a due corsie, piantata esattamente sul bordo della montagna, poco prima che finisca nell'Oceano. L'unico modo di raddoppiare la carreggiata è... buttare giù mezza montagna! E quindi, centodieci chilometri di cantieri, con ruspe e dinamite ovunque, rocce sparse qua e là, luci che indicano le innumerevoli deviazioni e cambi di corsia, tratti a senso unico alternato, fango dappertutto. Una pacchia. Al confronto, la Salerno-Reggio Calabria sembra il tratto iniziale dell'A1. Ma qui, per lo meno, si sa che i lavori finiranno a breve, che nessuno ruberà miliardi con le gare d'appalto, e alla fine dei Giochi Whistler continuerà a essere la mèta sciistica prediletta dai Vancouverites, con la differenza che il traffico sarà dimezzato grazie alla "nuova" strada. Tutto nella norma.

Ehi ehi, piano, non pensiate che io stia a denigrare la mia cara Itaglia in favore di questo posto qui, eh! Semplicemente, analizzo le differenze e cerco di fare dei paragoni.
Certe cose tipiche italiane fanno talmente parte della mia cultura, che mi sembra strano quando qualcuno, per tornare al discorso autobus, non si accanisce a voler salire quando è pieno, o quando un'imbecille ci mette tre ore a parcheggiare di sabato sera perchè evidentemente ubriaca, e la colonna interminabile di auto dietro non si mobilita per il pestaggio. La gente tranquilla qui è normale, la gente stressata è strana.
E a gente che fuma, di solito (mosche bianche!), lo fa perché ha preso il vizio viaggiando in Europa. Strano, eh?
Credo che soffrirò parecchio il ritorno a Milano, da questo punto di vista.

Soffrirò anche il grigio della città e l'angustia delle strade meneghine, probabilmente.
Qui è normale andare in giro e sentire la gente che si lamenta di quanto sia grigia questa città. Ma è un grigio diverso, io ne sono sicuro.
È grigia, certo, d'inverno piove quasi ogni giorno. Ma il cielo è l'unica cosa grigia, tutto il resto continua a brillare, saturo di colori. Le strade sono grandi (siamo pur sempre in Nord America, chiaro), di luce ce n'è in abbondanza. A meno che non ci si imbatta in Yaletown, la zona coi grattacieli a est di Downtown, dove effettivamente le decine di piani di finestre a specchio non riescono comunque a portare la luce sulla strada, il resto della Greater Vancouver è un arcobaleno di colori che a Milano non ce lo sognamo nemmeno col sole.
E poi c'è da dire che, per la velocità con cui qui il tempo cambia, non c'è da meravigliarsi quando la gente gira con l'ombrello quando c'è il sole.
Anche se di solito quelli che usano l'ombrello non sono indigeni, proprio come me. Loro si riconoscono dall'abbigliamento waterproof indossato sempre. Abbigliamento di solito giallo canarino, per spiccare anche nel buio quando cavalcano la loro onnipresente bicicletta.
Talmente onnipresente, che posso giurare di aver visto gente entrare in banca con la bicicletta. Se la portano dappertutto. Pazzesco. Anzi, normale.
Non ho ancora trovato nessun meteoropatico, forse sono morti tutti. Non ci credevo nemmeno io quando me lo raccontavano ad agosto, ma è proprio così: se guardi fuori dalla finestra e il tempo non ti soddisfa, aspetta quindici minuti. E funziona davvero! Lo testo personalmente almeno un paio di volte la settimana, quando devo uscire da scuola per il pranzo.

Ah, il pranzo, nota dolente della mia vita canadese... non avrei mai detto che gli Oreo a colazione mi avrebbero prima o poi stancato. E invece è successo.
Non avrei mai detto di poter una sera dichiarare di aver mangiato abbastanza hamburger negli ultimi giorni, e di volere qualcos'altro. E invece l'ho fatto.
Non avrei mai detto di poter essere disposto a pagare una pizza dieci dollari, purché non mi ci mettessero sopra l'ananas a pezzi. E invece.
Beh. È normale quanto gli arachidi con la nutella o il panino con formaggio e avocado.
Diosanto.

Ieri discutevo con una tipa sul perché mi piace stare qui, e se ci vorrei tornare.
Certo, le dicevo, ci vorrei tornare, Vancouver mi piace un sacco.
Lei, giustamente, non capiva. Ma come, l'Italia, bla bla bla, le solite cose, il posto più bello del mondo.
Le parlerò dei nostri governi, un giorno che avrò tempo, giuro.
Comunque, il punto è che alla fine mi ha fatto stilare una lista di quello che preferisco qui e quello per cui invece tornerei a casa di corsa (a nuoto, di corsa, e in bici, facciamo il triathlon?).
Ne è venuto fuori che, ok, il cibo, non te lo dico nemmeno. Le faccio vedere un paio di foto di cibanza italica e mi liquida con un "ah, ma sembra cibo semplice". E certo che è cibo semplice. Semplice=buono, di solito. È quello che qui non capirete mai, i questo continente. La pizza più leggera ha il salame piccante, la salsa più neutra ha dentro della roba che solo a pensarci mi vengono dei brividi lungo la schiena che... brrr...
Poi, il mare. D'accordo, qui c'è l'Oceano. L'Oceano, se ci pensi, è mare. In fondo non dovrebbe essere così tanto diverso dal Mare Nostrum, bello, azzurro, salato al punto giusto. Però è l'Oceano. La vedi questa lettera maiuscola? Oceano, cazzo. È un concetto, non un sostantivo. E mi fa impazzire, te lo devo proprio dire.
Però, nell'Oceano il bagno te lo puoi fare come dici tu, ma a me fa parecchio schifo.
Le faccio vedere due foto del mare pùglico. Obietta "anche l'Oceano può essere così, certe volte". Certe volte, controbatto io, ma non è questo il punto. Il nostro è pulito.
"Anche l'Oceano è pulito, il fatto che invece il tuo mare sia trasparente non significa che sia anche pulito". "Il mio mare è trasparente e pulito".
Però, le ho detto, i colori e la luce che ci sono qui, forse in alcuni periodi dell'anno anche nella mia Puglia me li scordo.
A questa latitudine il sole è sempre così giallo e basso, che sembra che tutto il giorno sia alba o tramonto. Le ombre lunghe, la luce calda, anche a mezzogiorno, per uno come me sono la fine del mondo. Ma per lei era tutto talmente normale che ha continuato a non capire. O forse sono solo io che mi so spiegare. Sarà così.

E a proposito di normalità, cosa penseranno questi matti quando vedranno posti come Rimini, con chilometri di spiaggia e gente che fa il bagno? Penseranno che non siamo normali.
La spiaggia dell'UBC dove sono arrivato casualmente una domenica che camminavo e come al solito mi ero perso, è... mmm... un prato.
E tra il prato e il mare c'è di mezzo un bosco e una scogliera. Sei su questa spiaggia a prendere il pallido sole di agosto, e il mare lo puoi a malapena immaginare, perché dalla spiaggia NON si vede. Forse se ne può sentire il rumore, lontano.
Ma poi penso a Long Beach, sulla Vancouver Island, venti chilometri di spiaggia amata dai surfisti, e penso che forse tanto normali non lo sono solo qui a Vancouver. Ma mi piace lo stesso. Tanto, si sa che io non sono normale.

Sono a scuola anche oggi, che è domenica.
Ho da finire dei lavori da presentare entro le prossime settimane che segnano la fine sel semestre. La scuola è aperta anche di domenica, fino alle 11. In settimana fino a mezzanotte. E da domani, fino al 15 dicembre, per venire incontro a quelli come me che sono sempre con l'acqua alla gola, entra in vigore l'orario esteso, dalle 7.30 alle 2 di notte.
Questo concetto di nrmalità di fa sempre più complicato da analizzare. O forse è normale lo IED, che alle 6 chiude i laboratori, e alle 9 ci caccia fuori a pedate anche dalla camera oscura e dalla sala di posa? Se gli assistenti non possono fare tanti straordinari (mi sembra anche giusto, avranno diritto o no a un po' di tempo libero?), qui si pagano gli studenti dell'ultimo anno per fare i turni nei week-end e di sera, e ogni giorno della settimana, a qualunque ora, si può usufruire degli spazi e delle attrezzature della scuola.
Lamerica lamerica, già.

Ho scritto il consueto papiro, accidenti, e sono andato fuori tema mille volte, ho raccontato cose che non avevo mai detto a nessuno, ho procrastinato tre settimane prima di decidermi a finire il post.
Non so chi sia riuscito a resistere ai miei deliri fino a qui, ma... beh, che io sia il solito, inguaribile chiacchierone (solo quando digito, non certo a parole)... è normale, no?


Foto di: un mesetto fa, perso da qualche parte intorno a Squamish
Macchina: dea EOS (maipiusenza)
In sottofondo: uno scanner da millemila dollari ticchetta a 4000dpi.

In diretta da una festa (alcool a gogo)



Non lo so, certe volte mi sembra semplicemente di essere dentro a un add-on dei Sims...


Foto di: boh, forse Tofino, è pure sfuocata ma io tanto sono mbriaco
Macchina: suppongo gigitale usa-e-getta, perché tutto il resto l'ho canceklato
Il mio computer: fa il diggèi alla festa, io non lo so. Cazzo, mi sa che domani 'sto post lo scancello.

Notte



Rumore di pioggia fuori dalla finestra, Lou Reed nell'aria, io sotto le coperte.
Semplicemente perfetto.


Foto di: un po' di tempo fa
Macchina: svedese scansionata male
Le Harman Kardon da otto dollari usate cantano: L. Reed - "Take a Walk on the Wild Side"

Cose strane



Mezz'ora fa ho preso l'autobus per tornare a casa, e ho visto uno zombie. Era seduto in uno dei primi sedili, con uno zaino tra i suoi piedi, giacca e cravatta, strappati in più punti, e il viso devastato dalle tracce della morte. Seduti dietro di lui, una bella coppia di mandarini. No, non gli agrumi, proprio un mandarino e una mandarina. Più in fondo, una strega, un'infermiera da cui mi sarei fatto curare volentieri qualche malattia immaginaria, un culturista degli anni '30 in perfetto completo-canotta a righe, una vampira che speravo mi mordesse, un fantasma. Di quest'ultimo non mi sono preoccupato molto, alla fermata ero passato di fianco a un ghostbuster con in spalla l'attrezzatura completa da lavoro, solo mi son chiesto se l'autista lo avesse visto mostrare il biglietto oppure no.
Tornavo da una splendida festa dalle parti di Commercial Drive, "Parade of the Lost Souls", e ancora non mi capacitavo di che razza di evento fosse quello a cui avevo assistito.
Gente mascherata ovunque, una parata divertentissima con centinaia di maschere che saltavano al ritmo della musica suonata live da una banda improvvisata, tra fiaccole, mostri, zucche giganti, trampolieri e case addobbate come attrazioni da luna-park, tra proiezioni e giardini riempiti di tombe e scheletri. Adulti, bambini (il fatto di non poter bere ufficialmente alcoolici per strada limita i potenziali rischi a cui potrebbero essere soggetti involontariamente), anziani più arzilli di me (e ci vuole tanto, eeehh), tutti in strada a sfilare. Uno spettacolo di tredici ragazzi che giocavano (seriamente, però!) col fuoco, che meriterebbe un capitolo a parte solo per le acrobazie incredibili che facevano tra le fiamme, una banda messicana col viso coperto come da tradizione che suonava la macarena (e mi sono improvvisamente sentito vecchio, porca paletta), una deliziosa ragazza che mentre aspettavo il mio delizioso hamburger mi ha disegnato dei deliziosi baffi sull'indice, una ragazza vestita da facebook che faceva scrivere sul suo muro, faceva sfogliare il suo album, faceva aggiungere gli amici, il tutto trasportato dal web ai cartelloni che portava addosso, con tanto di cartello col profilo, le applicazioni stupide e i regali (solo chi lo usa può capire la geniale idiozia di tutto ciò...), un cialtrone vestito da iPhone, una marea di gente con le macchine fotografiche (ho l'impressione che ci saranno parecchie foto di me che ballo domani su flickr, e ora che ci penso ho un po' paura).
Il girare senza birra toglie qualcosa all'aria di festa, questo devo ammetterlo (no tv and no beer make homer go crazy), e infatti sono andato via abbastanza presto rispetto ai miei standard. Come me tanti altri, che però credo abbiano preferito imbucarsi alle mille feste private in giro per la città, dove fiumi di alcool sono meglio tollerati. Il ricambio di gente era incredibile, ho l'impressione che a rotazione ci sia passata tutta Vancouver, e in pratica ogni singola persona che ho conosciuto dal mio arrivo in città è stata vista almeno una volta nella calca ordinata.
Sull'autobus, di ritorno a casa, altri strani passeggeri. Un medico dall'aspetto tutt'altro che affidabile, madre teresa di calcutta, un giamaicano (ma questo mi sa che era vero), una ragazza di cui mi sono innamorato, un autista, un barbone.
Ah no, gli ultimi due non erano mascherati, facevano solo il loro mestiere.
Cosa mi è piaciuto di più? Qui non esistono i coriandoli, non dovrò trovarmeli nelle mutande per tre settimane.

P.S.: e non venitemi a chiedere ancora racconti di viaggio e cose così, il post di prima non se l'è filato nessuno!! :-P


Foto di: quasi adesso
Macchina: gigitale usa-e-getta con la batteria caricata a luglio
Cerco: qualcuno che mi regali dei soldi senza motivo. Garantisco che saranno utilizzati responsabilmente.

Ci sono posti che si scrivono come si legge


C'è quest'isola che si affaccia sul Pacifico dove pare che i surfisti facciano tappa obbligata.
Io non sono un surfista, non so nemmeno stare in equilibrio sul bordo di un marciapiede, figuriamoci su una tavola scivolosa in mezzo alle onde.
Però l'Oceano, a me, m'ha sempre affascinato.
Questo mare qua, graaande, profooondo, laaargo, che volendo se prendi un pedalò arrivi in Giappone o alle Hawaii, in fondo non avrebbe niente di speciale, però quando penso che non è il nostro Laghetto Mediterraneo, mi viene la pelle d'oca come quando ascolto "Nessun Dorma" cantata da Big Luciano, lo ammetto.
L'erba del vicino è sempre più verde, il mare del vicino è sempre più blu, probabilmente.
Comunque, dicevo, c'è quest'isola, non un'isoletta, proprio un'isola vera, lunga almeno cinquecento chilometri e larga duecento, che sta esattamente davanti a Vancouver, e si chiama, appunto, Vancouver Island.
Sull'isola ci sono giusto quattro grandi città in tutto, il resto sono villaggi minuscoli che vivono solo d'estate. Una specie di Villasimius o Capitolo del Canada, in poche parole. Solo che qui non ci sono i baresi con la panda o i sardi con l'errequattro, ma ci vengono i surfisti
col furgoncino della volkswagen o col gippone moderno, dipende da quanto sono figli dei fiori o figli di papà.
A ottobre, ovviamente, Vancouver Island comincia a diventare un'isola fantasma, ed è proprio questo il momento giusto per mandare un pacomino in esplorazione.
Tofino e Ucluelet, la meta del nostro viaggio.
Prima settimana della bassa stagione, il cielo ci regala un inaspettato week-end di (nell'ordine) sole splendente, nuvolaglie casuali, pioggia dirompente. Tre giorni, tre stagioni. Una meraviglia.
Surfisti pochi, onde pochine, foto parecchie. Chilometri tanti, stanchezza media, costo del traghetto esagerato.
Eh già, il traghetto. Diciassette dollari e cinquanta non sembravano male quando ho prenotato su internet, peccato che il simpatico sitarello delle simpatiche BC Ferries non specificasse che il costo indicato era quello per la prenotazione su internet, non per il viaggio.
E via, settanta dollari all'ingresso, e passa la paura.
In pratica, una Ford Focus a noleggio per quattro giorni, con chilometri illimitati (e passaggio a casa dopo la riconsegna), ci è costata sessanta dollari, e tre ore di traghetto tra andata e ritorno più o meno il doppio. Ma non fa niente, è il bello dell'avventura.
Poi ci sono strade spettacolari in mezzo a montagne laghi alberi dai mille colori dell'autunno fiumi torrenti cascate, poi c'è un sacco di pellicola da consumare con un modello che si offre di mettersi a mollo in ogni lago che ci capita lungo il cammino nonostante i dieci gradi umidi, poi c'è una spiaggia alla fine del cammino con un bagnasciuga lungo cento metri, poi c'è un ostello vista mare che sarei stato ore sul divanetto a guardarlo (e in effetti sono stato ore sul divanetto a guardarlo), poi c'è la spiaggia più lunga del Nord America, venti chilometri di sabbia e salsedine da respirare, poi c'è il faro sotto la pioggia che sono lì a bagnarmi e non me ne frega niente, poi c'è la cassiera del supermarket di cui mi sono innamorato, poi c'è una foresta immensa con alberi giganti che ti fanno sentire un puffo in fuga da gargamella, poi c'è il supermercato con la pasta dececco che ho fatto la scorta per un anno, poi c'è la gara con le onde per provare le scarpe nuove (impermeabili, yeah!), poi c'è la foto nel lago che tanto ho fatto che ho prestato le scarpe al modello e gliele ho fatte allagare (tre giorni per asciugare, ehm...), poi c'è la colazione eccezionale e il mistero dei surgelati scomparsi, poi ci sono le mail notturne che mi diverto troppo, poi ci sono compagni di viaggio che ricevono notizie splendide, poi c'è... beh, poi ci sono io che sono le quattro di mattina e ho sonno, e per questa volta linko direttamente le foto.

Allora, quand'è che si riparte?


Foto di: sabato scorso, Long Beach
Macchina: EOS salata
Random dalla OST: Red Hot Chili Peppers - Road Trippin'

Faccia di...?



È bellissimo il rumore della pioggia che cade sulle fogline davanti a casa, non mi era mai capitato di sentirlo nè al paesello nè (figuriamoci!) a Milano...
Ovviamente la mattina sono sempre troppo in ritardo per godermi il delicato rumore, e per di più ora che ho allagato le scarpe waterproof e sono costretto a usare le scarpe estive, le foglie insidiose non mi stanno più tanto simpatiche, scivolose come sono.

A breve, un post che descrive il modo creativo (non cretino, eh! Bah, forse un po' sì) in cui ho allagato gli stivali nuovi, e tutto il resto della gita di tre giorni sulla Vancouver Island. Interessa a qualcuno? Se no evito, umpf.


Foto di: ieri, davanti alle Englishman River Falls
Macchina: EOS, il fotografo invece è Juan, il mio nuovo eccezionale modello spagnolo
Un brano a caso dalla mia OST: Cake - I Will Survive

Genio


Del come conoscere una rossa da urlo, farla ubriacare in modo che non capisca più niente e riesca a biascicare solo "heyyy, I'm happyyy", approfittarne per guidare la sua macchina (stupido e noioso cambio automatico, umpf), e poi mandarla a dormire a casa di una mia amica.
Stamattina mi sono svegliato con la sensazione di aver sbagliato qualcosa...
Suggerimenti??


Foto di: un mesetto fa, così cretini possono essere solo in amerrega
Macchina: gigitale usa-e-getta da viaggio
iTunes canticchia schernendomi: Led Zeppelin - Rain Song

Ai'm a Professcional Procrastinètor



Sarebbe bello, dopo essere andati a dormire alle 6.00 (AM, già) per finire di studiare le centoventisette pagine di due capitoli del manuale-mattone di FinalCut Pro Six, essere svegliati dolcemente da una fanciulla che ti sussurra "il caffè è pronto"...

Ma in fondo svegliarsi alle 7.40 con cinquantacinque minuti di ritardo sulla tabella di marcia standard per la lezione di montaggio video delle 8.30, mettere su il caffè imprecando e dopo cinque minuti sentire il coinquilino canadese che urla "done!" mentre ti sei addormentato in bagno è sempre meglio di niente.

Promemoria: se non usi la caffettiera per dieci giorni, il caffè delle 7.50 non farà schifo. Di più.


Foto del: 29 luglio 2007, Parma dopo la pioggia
Macchina: Svedese. Urca, il primo post quadrato!
La condivisione musica di iTunes: aiuta a scoprire canadesi a scuola che ascoltano Venditti. Gesù.

Guidolavespa



Ok, ho capito tutto.
Sono uscito di casa, e mentre attraversavo la strada sono passato davanti alla macchina rottame del mio coinquilino.
Improvvisamente, hai presente Proust e i biscottini che gli ricordavano la nonna, la zia, o che cacchio era? Le madaleine, o quella roba lì.
Quella, esatto.
Odore di grasso marcio.
Quello buono, però, hai presente?
Quello che lo annusi e... vabbè.
Ho sentito quest'odore e ho pensato improvvisamente che non è una questione di Vespa o non Vespa.
È che da quel dannatissimo 14 ottobre 1998, giorno in cui, alle 19.07, ho preso la mia dannata patente, io non sono mai, e dico mai, stato più di sedici giorni senza guidare qualcosa.
Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa con un motore e non con dei pedali.
Si può essere in astinenza dalla guida?

Chiamate un dottore, presto. Ma per carità, fatelo venire in macchina.


Foto di: credo fine 2006, l'ho presa dal mio Flickr senza guardare
Macchina: gigitale usa-e-getta
Uh, che bello: scrivo su un MBP gemello del mio e dal MB vicino suona Norah Jones.

My cup of tea?


Gironzolo per la città con gli auricolari nelle orecchie che coprono il rumore del (lieve) traffico, ho in mano una busta con due riviste appena comprate, e oltre al portafogli alleggerito di trenta dollari, mi sento anch'io leggero leggero.
Esco da Chapters, la Feltrinelli canadese, e attraverso Granville Street seguendo le strisce pedonali che diversamente dalle nostre non sono proprio strisce ma linee lungo il percorso, e penso che sto bene.
So che dovrò aspettare al massimo cinque minuti, e poi prenderò il 9 o il 99 che mi porteranno su Main Street, dove cambierò col 3 che mi porterà sotto casa.
La mia casetta in canadà, già.
Se c'è una cosa che mi fa star bene, quando vado in un posto, se c'è una cosa che adoro fare, quando visito o vivo in una città, è questo.
Amo sentirmi a mio agio, amo capire le dinamiche della città, impazzisco nel comprendere cosa succede, come, dove.
Sapere che se sono a Kitsilano Beach devo andare a est per tornare a casa, sapere con certezza (ma la certezza esiste davvero, allora??) che il 4 va a Powell o all'UBC e di 17 ce ne sono due, ma io posso prendere quello che arriva prima.
La prima volta che ho dovuto ambientarmi da solo in una città nuova è stato (1, 2, 3... 6... 10... azz...) quattordici anni fa.
Iniziavo il liceo, proprio in questi giorni, alla radio trasmettevano ancora "All that she wants", uno dei tormentoni dell'estate 1993 (anche se io preferivo "Chicco e Spillo", la parolaccia alla fine mi aveva colpito particolarmente).
Cominciava la mia prima avventura da pendolare, quindici chilometri di autobus (mitico Peppino l'autista!), e giornate intere passate fuori casa: finite le lezioni, percorrevo il mio miglio scarso con lo zainone in spalla, la custodia del violino a tracolla e il panino in mano, per andare al Conservatorio di Musica a farmi maltrattare.
Il primo giorno non fu facile, ma ebbi la fortuna di farmi guidare da una splendida ragazza fino a destinazione, e per le prime volte imparai la strada a memoria.
Ma si sa che la routine uccide, e pian pianino, quando avevo più tempo, cambiavo strada, cercavo scorciatoie, mi perdevo, scoprivo posti nuovi, e in cinque anni finii per conoscere la cara vecchia Monopoli come le mie tasche, meglio del mio paesello di cui non conoscevo i nomi delle strade nonostante ci vivessi da diciotto anni.
Ovviamente gli orizzonti si allargarono con l'arrivo della patente, e certe conoscenze che erano preclusi ai giovani pedoni solitari si rivelarono scoperte che nemmeno l'uomo sulla Luna poteva vantare (il centro storico, le spiaggette fuori mano, la precedenza a destra).
Fu grazie alla patente che, tre anni dopo, imparai a conoscere la "mia" seconda città.
Si parla di metropoli qui, eh, attenzione.
Bari, la città che il mondo ci invidia, che Parigi ci copia, che gli albanesi ci sbarcano.
Il mio secondo lavoro (stavolta pagato) mi portò a scoprire la bellezza dei paesaggi campestri pùglici e la lentezza delle Ferrovie Sud-Est, spingendomi coi primi guadagni ad acquistare la tanto agognata Vespa.
Essa arrivò in un uggioso pomeriggio di ottobre, ricordo ancora l'emozione di vederla nel mio box.
Da quel trenta ottobre duemilatre la mia vita non sarebbe stata più la stessa: addio treno, arrivederci ingorghi in macchina, addio per sempre bicicletta, Bari si svelava piano piano nelle lunghe pause pranzo, e ben presto divenne per me stretta.
Prima l'Italia, poi il mondo!
C'è sempre una prima volta (per tutto? Per tutto), e per la prima volta, il 18 ottobre dell'anno successivo, caricavo la Vespa per il mio primo trasloco.
Mica un trasloco da niente, un trasloco (che in spagnolo effettivamente acquista ben altro significato)!
Ci misi due giorni per arrivare a Milano, come sempre la tappa a Perugia fu mistica e storica insieme (c'era l'Eurochocolate in quei giorni, più mistico di quello!), e il secondo giorno la pioggia accolse degnamente il mio ingresso a Nord, accompagnandomi gentilmente per tutto il tragitto senza avere la scortesia di abbandonarmi per un solo minuto.
Milano l'ho "imparata" in Vespa. Le due ruote sono talmente fondamentali per me nella città meneghina, che coi mezzi non ho mai imparato a muovermi decentemente.
Posso trovare in pochi minuti la via più breve da Crescenzago a Precotto, da Cadorna a Zara, da San Donato a Centrale, ma per me questi restano solo riferimenti geografici, non certo fermate della metro. Per non parlare dei fantomatici mezzi di superficie, oltre ai due autobus e all'unico filobus che sono stato costretto a prendere nei quattro anni a Milano, conosco solo il giro del 29 e del 30, e tuttora mi confondo sulla direzione di ognuno.
Però ho imparato a sfatare i miti milanesi per eccellenza, e a entrare nella mentalità della città.
Che è proprio quello di cui parlavo all'inizio.
Milano è rotonda e concentrica, per andare da un punto A a un punto B non importa a che distanza di trovi, è sempre dall'altra parte della città, a Milano c'è sempre traffico, i milanesi alla guida sono tutti nervosi, eccetera eccetera.
Cosa ho detto prima? Il mondo?
Ok, il mondo. Infatti, eccomi qua.
Vancouver è una città strana, diversa, vanno tutti in bici e non c'è una discesa, gli autisti degli autobus (quesi tutti elettrici -gli autobus, non gli autisti- ) sorridono e ringraziano quando sali, puoi pagare il biglietto sul bus ma solo coi soldi esatti (2.25 dollari, nel caso passiate da qui), gli autobus si abbassano al livello del marciapiede per far salire le vecchine, hanno la rampa per le carrozzine e il portabiciclette sul muso, gli autisti non hanno mai fretta e scendono dall'autobus per indicarti con precisione la strada da prendere per andare dove devi andare.
Puoi chiamare un numero che ti dice a che ora passerà il prossimo autobus dalla fermata in cui ti trovi, e se il sito ti dice di fare un giro strano per arrivare in qualche posto, c'è un perché, ma soprattutto le tabelle orarie spaccano il minuto.
Sono sceso dal 9 e ho trovato dietro l'angolo il 3 che mi aspettava, ho fatto la spesa e i surgelati hanno retto sedici isolati grazie all'autobus che è passato dopo due minuti.
So che se vuoi andare al parco più grande di Vancouver, puoi cambiare autobus a Chinatown, ma poiché a certi orari non è consigliato, puoi scendere prima che tanto è uguale.
Poi capita invece che, come ieri sera, finisca di bere una birretta in un locale tra la quarta e McDonald (è una strada, non un famoso fast-food preso come riferimento), e aspetti quaranta minuti l'84 nonostante la tabella della fermata dica che passa ogni dieci minuti. E quando dopo quaranta minuti ancora non è passato e le batterie del lettore mp3 cominciano a dirti che dovrai farti il resto del tragitto solo coi tuoi pensieri, decidi di prendere il 4, il 99, il 3, e così via.
Ma nel breve black-out tra low battery e il brano successivo, ti capita di pensare che, se qui a Vancouver avessi la mia Vespa, questa strana e diversa città potrebbe decisamente essere "my cup of tea".
E nel duecentesimo post di questo imprevedibilmente aggiornato imprevedibile blogghe (mai avrei pensato, il dodici novembre di due anni fa, di scriverlo da quest'angolo di mondo), ringrazio chi da allora legge con infinita pazienza queste deliranti parole buttate giù a caso, e chi continua a viaggiare per questi strani Mondi che -forse- esistono solo nella mia testa, ma in fondo chi lo sa.


Foto di: qualche settimana fa, colazione multinazionale, caffè americano
Macchina: gigitale usa-e-getta (certo che è viva, che domande sono?)
Obviously: Jamiroquai - "Corner Of The Earth"

USA e torna



Se sei a Vancouver e per due giorni non hai un cacchio da fare (come nell'ultimo mese, del resto), decidi di prendere un autobus lentissimo e attraversare il confine con gli Stati Uniti. In fondo dista solo una quarantina di miglia, che ci vuole?
Città della musica, città di confine, città regina, l'ingresso all'alaska, l'ingresso al pacifico, la città smeraldo, la chiamano in tanti modi, ma Seattle è alla fine Seattle. La città più popolata del nord est degli USA, luogo natale del grande Jimi Hendrix, già a giudicare dai numerosi soprannomi, promette bene.

La sveglia suona alle 5.45, ma in realtà ero già sveglio: se si va a dormire alle 2.30 non si può certo pretendere di addormentarsi serenamente sapendo di dover uscire di casa alle 6.45, no?
Mi alzo con calma, faccio colazione (abbondante), sbrigo le quotidiane faccende burocratiche in bagno (avendo cura di non lasciare nulla in sospeso), esco alle 6.44 con mia grande meraviglia.
Il 3 è in anticipo, oppure sono io talmente in anticipo da riuscire a prendere quello che passa prima, in ogni caso il QuickShuttle per Seattle partirà dal centro città alle 8 e bisogna essere lì 15 minuti prima, meglio arrivare un po' prima.
Arrivo al primo cambio autobus alle 7.05, e mi rendo conto che nella peggiore delle ipotesi sarò all'appuntamento coi miei compagni di viaggio con mezz'ora di anticipo, quindi decido di non prendere il 19, e preferire lo SkyTrain che mi porterà un po' più lontano, ma mi permetterà una passeggiatina lungo Robson Street, la via dello shopping, e di godermi una volta tanto i marciapiedi svuotati e i negozi chiusi.
Arrivo all'appuntamento alle 7.20, riuscendo purtroppo a perdere solo cinque minuti sulla mia lenta tabella di marcia (ho preso la camminata veloce dal babbo, pazienza), entro in uno Starbucks (ce n'è in media uno ogni due isolati) e prendo un beverone caffè americano piccolo (una pinta o poco meno).
Sorseggio il caffè, ha la temperatura dell'inferno e ci metto venticinque minuti. Che palle, sono ancora in anticipo!
Sono abituato a essere quello che fa sempre aspettare, tutti mi odiano, di solito mi danno gli appuntamenti mezz'ora prima ma io riesco a essere in ritardo di un'ora, oggi forse ho esagerato col calcolare i possibili imprevisti (quando ho fretta e sono in ritardo solitamente si rompono gli autobus, girano i film per strada, piove, arrivano gli uragani, le cavallette, i cinesi).
Resto seduto al tavolo, e quando vedo i compagni di viaggio uscire dal portone di casa mi unisco a loro.
Ovviamente ci toccherà aspettare trentacinque minuti l'autobus che è in ritardo, e che da ora in poi sarà chiamato LateShuttle.
Al confine americano ci prospettano uno scenario da incubo, scendete dal bus, mettetevi in fila, prendete tutti i vostri effetti personali, compilate il modulino con le domande stupide, mettetevi in fila (di nuovo), attendete di essere chiamati, rispondete alle domande della polizia, preparatevi a svuotare le borse, le tasche, e a offrire il deretano per l'ispezione.
Aiuto.
L'ufficiale Sullivan è gentilissimo, guarda il passaporto, ritira il cartoncino bianco con le risposte stupide, me ne dà un altro verde da compilare, io lo compilo, torno, lui lo strappa a metà e me lo salda al passaporto, mi prende le impronte digitali degli indici, mi fa una fotografia con la webcam, mi dice "enjoy your stay".
Non mi guarda nelle tasche, non mi chiede quanta droga assumo, non mi domanda cosa ci faccio con due macchine fotografiche e quattro obiettivi e un portatile e due mutande, uffa.
Salgo sull'autobus e mi metto a dormire, quest'America non è entusiasmante come raccontano nei film.

Seattle ci accoglie con la pioggerellina tipica del nord-ovest.
La stessa che avevamo lasciato a Vancouver, ma un po' più americana.
Smette quasi subito, meno male.
Andiamo in albergo, la signorina gentilissima chiede se vogliamo il wireless in camera, ma certo che lo vogliamo! Eh, purtroppo non ce l'abbiamo, ma se volete vi do una stanza dove il segnale dalla reception arriva un po' meglio. Ah, grazie.
Inutile dire che di segnale in camera non ce n'era nemmeno col pensiero, ma almeno ci siamo goduti la meravigliosa vista parcheggio (invece della vista autostrada che c'era dall'altro lato) e la stanza non fumatori coi buchi delle sigarette sulle coperte.
Le meraviglie degli hotel una stella e mezzo in centro città, eeehh...

Abbiamo fame, l'autobus è arrivato alle 2 invece che a mezzogiorno e mezzo, e dopo aver camminato per venti minuti troviamo un coso messicano che sembra decente.
No, non è decente, ma l'acqua è gratis e io faccio il bis del doppio taco minuscolo nonostante ci sia una salsina orrida e verde che ho chiesto di nonmettereperfavore, la fame è fame e in giro non vedo un posto umano neanche a parlarne.
Pike Place Market è... un mercato.
Gente di Seattle, venite a Castellana Grotte il sabato mattina, a Monopoli il martedì, a Polignano A Mare il giovedì, e vedrete che il fatto di avere il primo Starbucks a cui tutti fanno fotografie e nessuno compra niente non è da fighi, è da americani. Il mercato ce l'abbiamo pure noi, non ci sono i dolci alla cannella che appestano l'aria e il turco che prepara il piatto tipico, ma c'abbiamo Mimino che grida "signooo', mutande, tre paia a cinquemilalire! Signo', che affare, signo', suo marito la ringrazierà! Solo cinquemilalire, signo'!".
Ogni tanto mi viene la nostalgia, ehm.
Comunque, dicevo: il mercato, ok, carino, c'è un sacco di roba, le donne del gruppo erano fuori di testa. Io, col mio zaino in spalla che pesava tredici chili, un po' meno.

Fighissimo il giro sotterraneo, interessantissima la storia (raccontata da un attore simpaticissimo che ci faceva da guida e parlava velocissimanente raccontando leggende e aneddoti stranissimi) (sì sì, ok, ho finito con i superlativi), mille le foto che ho fatto nel sottosuolo.
"Long stry short", come dicono da queste parti: la parte centrale della città, con le sue costruzioni in legno, era stata completamente distrutta da un incendio nel 1889, e invece di radere al suolo i resti e ricostruire tutto da capo, quei matti del Comune avevano ammucchiato la polvere in mezzo alla strada, compattato il tutto, e ricostruito la strada un piano più in alto. Il marciapiede era rimasto però al livello precedente, e la gente era costreta a salire le scale ogni volta che voleva attraversare la strada, e a ridiscenderle dall'altra parte. Le signore di fine '800 non erano contente dei cavalli ai lati della strada che sfidavano i loro sottili ombrellini con piogge non propriamente "fresche", e in generale troppe persone cascavano giù dagli oltre cinque metri di "gradino", quindi dopo un paio d'anni fu deciso di creare dei nuovi marciapiedi al livello della strada, trasformare il primo piano dei palazzi in piano terra, e creare i primi centri commerciali sotterranei del mondo.
C'erano anche i quadratini di vetro nel tetto, per far arrivare il più possibile la luce naturale al "piano di sotto".
Per la cronaca: se volete vedere una cosa del genere, ce li abbiamo anche a Castellana. Davanti al negozio di papà, se proprio avete voglia di farci un giro. 'sti amerregani ci copiano proprio tutto, eh!
Tornando a Seattle e alla sua Underground Story, visto che pioveva sempre, la gente preferiva il sottosuolo alla strada, e ben presto questo fu chiuso per il diffondersi della Peste Bubbonica.
Anche a Castellana ci siamo arrivati prima, noi la Peste l'abbiamo fregata nel 1691, umpf.
Ok, basta divagare.
Chiaramente il tour finisce nel negozio di souvenir, che ho saltato a piè pari in favore di una panchina.
A Seattle ci sono anche un sacco di negozi interessanti, tra cui Ye olde Curiosity Shop, che oltre ai soliti oggetti e oggettini in vendita, espone una collezione di amenità veramente incredibile, dalla mummia di un uomo trovato nel deserto nel milleottocentoqualcosa, agli squali in formalina, i semini messicani che saltano, e una signorina alla cassa che mi sono sognato stanotte (cuoricino e musica romantica).

Un pub irlandese a Seattle, cosa può avere di speciale? Internet wi-fi aggratis per i clienti. Due dollari per una cocacola alla spina, e quando svuoti il bicchiere te lo riempiono senza sovrapprezzo. Va a finire che mentre controlli la posta e cazzeggi su internet secchi tre bicchieri, per un totale di un litro e qualcosa, e una volta uscito dal pub saltelli per tutta Seattle alla ricerca di un bagno.

Poi lo Space Needle, quel coso spaziale (spaziale? Maddechè) alto non so quanti metri. Un casino. Dovevo ancora fare la pipì, e ho dovuto girare intorno tre volte per trovare il bagno. Che era dentro. Poi una volta dentro ho fatto tre volte il giro per cercare la biglietteria, che invece era fuori. Altri tre giri per capire da dove si prendeva l'ascensore, per poi scoprire che bisognava imboccare una rampa che portava (con due giri, olè) al piano superiore, dove un signore scazzatissimo controllava il contenuto degli zaini con una torcia. Quando ha visto il mio, dopo aver controllato una sola delle centoventidue tasche, ci ha rinunciato e ha detto "vabbè".
Sì, proprio "vabbè" ha detto. Chissà che significa nell'inglese americano di Seattle.
La vista dall'alto è niente male, peccato che di sera 'ste città siano tutte uguali: lucine ovunque, qualche grattacielo qua e là, un laghetto o un lembo di oceano che occupa un altro lato, il McDonalds sotto di te.
A Castellana se sali sulla torre delle Grotte non c'è il McDonalds, almeno. Cioè, l'ultima volta che ci sono stato non c'era, dovrei rifarci un giro per controllare.

Il wireless nella reception dell'albergo non mantiene le promesse, la velocità di punta è 5,6kBps e non riesco a telefonare dal computer per fare gli auguri a due cari amici che si sposano alle 10.30 italiane (in realtà volevo far cambiare loro idea all'ultimo minuto, e allora?). Smanetto con le impostazioni, riesco a ottenere una linea decente. Lo sposo non risponde, ho speso sette euri facendo un giro di telefonate che sembrava questo spot qui, alla fine sono riuscito a raggiungerlo tramite il telefono di uno dei pochi amici che era già in chiesa con lui e aveva ancora il telefono acceso.
Due ore nella reception deserta. A parlare da solo con un computer.
E l'amico non ha nemmeno cambiato idea, l'ANSA dice che s'è sposato lo stesso.

Il risveglio, dopo poche ore di sonno, è stato un dramma.
Non credete alle descrizioni degli alberghi su internet, mai.
"Colazione continentale", c'era scritto. Ok, l'hotel è cheap, ma se c'è scritto colazione continentale io mi aspetto come minimo un assortimento vergognoso di omelettes, bacon dappertutto, succo d'arancia come se piovesse succo d'arancia, crostini di pane su cui spalmare burro e marmellatine in scatola, caffè annacquato e latte caldo e cereali, e invece cosa c'è?
Non lo so, non l'ho ancora capito, a parte dei cosi gommosi su cui spalmare un philadelphia dei poveri, caffè cartonato, thè che non ho voluto assaggiare. E basta. Ah, no, c'erano anche dei semini di qualcosa che però non so dove si mettessero (non si accettano suggerimanti, no, proprio no, grazie).
Il mio prossimo albergo lo voglio con la colazione interstellare, in proporzione dovrebbero avere in più come minimo una gallina che ti fa le uova fresche su richiesta.

A due isolati dall'albergo c'è l'Experience Music Project, vale la pena darci un'occhiata. Non si potevano fare le foto all'interno, mannaggia. E bisognava lasciare lo zaino all'ingresso, la signorina stava per morire quando l'ha tirato fuori dallo scaffale per restituirmelo, per quanto pesava.
Non ho capito bene la definizione da dare a questo posto, è a metà tra un museo e una mostra multimediale, con esposizioni, sale prova con strumenti a disposizione dei visitatori, un palco per le esibizioni live, un'installazione interattiva, e altre cose parecchio interessanti. Bisogna andarci. E se, nonostante la sua espressione strana, il tipo della biglietteria mi ha fatto lo sconto studenti alla vista dell'inutile tesserino IED, vuol dire che lo sconto possono averlo proprio tutti. Coi quattro dollari risparmiati ho preso cinque dollari di schifezze al MerDonalds lì vicino, che meraviglia. Ci ho aggiunto un dollaro, e allora? Li dovevo pur finire 'sti dollari...

Il ritorno è stato palloso ma ho ammazzato il tempo guardando un film sul portatile, ascoltando Jimi Hendrix col lettore portatile sfigato che voleva propinarmi a tutti i costi i Led Zeppelin, guardando il tramonto prima di superare il confine canadese, sonnecchiando fino a Vancouver.
Ero distrutto, volevo solo tornare a casa. E ho dovuto aspettare venti minuti il 19. Che è passato senza fermarsi mostrando la scritta "Sorry - Bus Full". Il successivo è arrivato dopo altri 25 minuti, e ha raggiunto a un incrocio il 3 che mi avrebbe portato a casa.
Quando succedeva le altre volte, l'autista si fermava alla prima fermata utile, e mentre correvo verso l'autobus davanti (sono tutti filobus, non possono sorpassarsi a vicenda), distraeva l'autista davanti a lui a colpi di clacson e abbaglianti, dandomi il tempo di raggiungerlo.
Questa puttana malefica, invece, mi fa: no, qui non posso farti scendere. Aspetta la fermata. Ovviamente, il mio 3 che ci precedeva non si è più fermato perché era vuoto (le fermate sono solo a richiesta), e io ho dovuto aspettare altri 40 minuti per l'autobus successivo. Conclusione meravigliosa, già.
Se fossi stato a Castellana questo non sarebbe successo.
Però quando dici "sono stato a Seattle" ti senti parecchio più orgoglione, eh? Azz, se ti senti orgoglione.


Foto di: ieri mattina, featuring Space Needle, la monorotaia, Experience Music Project
Macchina: gigitale nuova, che ha lottato strenuamente contro la Svedese
La colonna sonorea prevede: Fire - Jimi Hendrix

Non sarà un'avventura


Qual è la cosa più divertente di andare in bici, di notte, in una città quasi sconosciuta, dopo aver camminato per tutti il giorno, mentre si attraversa un incrocio in salita cercando di non fermarsi nonostante il giallo?
Farsi venire un crampo al polpaccio.
Questo sì che è davvero divertente.


Foto di: ieri, procione netturbino a Stanley Park
Macchina: quella nuova
On Air: camion della cementeria di fianco alla scuola.

Quanto mi piacciono le liste...


Due settimane fa, più o meno a quest'ora, atterravo in questa città splendida.
Oggi è Ferragosto e, anche se qui questa festa non esiste (e in Italia la mezzanotte è ormai passata da un pezzo e anche i bagni notturni a quest'ora saranno finiti), ho pensato un po' a quello che sto facendo, e posso azzardarmi a tirare le somme di questi quindici giorni, in attesa di vedere quello che succederà nei prossimi quattro mesi e mezzo.
In rigoroso ordine cronologico, trascrivo in questo diario alcuni punti salienti.
Un giorno forse li rileggerò con un pizzico di malinconia.
È curioso che anche il Ferragosto di quattro anni fa lo trascorsi lontano dall'Italia, ma allora ero sparanzato su una spiaggia dell'Atlantico, a Ocean City...
(e pensando a questo mi rendo conto ancora una volta di dover ringraziare chi mi ha da sempre permesso di andarmene gironzolando per il globo terraqueo, grazie papà e mammà!)

Ma andiamo con la lista, ci sono maniaci come me che probabilmente la stanno aspettando :P
- persa una valigia
- dormito in ostello
- fatto l'abbonamento ai mezzi pubblici
- girovagato per la città (downtown soprattutto)
- ritrovato valigia
- conosciuto gente (chissà se ci rivedremo)
- trovato casa
- conosciuto coinquilino simpatico
- ammirato il quartiere tranquillo e pacifico coi bambini che giocano per strada
- comprato pasta salsa oreo e junk food
- comprato numero di cellulare canadese
- ricomprato junk food che nel frattempo era finito
- aiutato il coinquilino a dipingere la sua stanza di blu
- comprato hard disk nuovo (500GB dovrebbero bastarmi per cinque mesi)
- riorganizzato area di lavoro nella mia bella stanzetta
- acquisito cognizione del posto in cui sono e del modo in cui muovermi in città (proprio come a NYC, che bei ricordi!)
- comprato bicicletta usata
- comprato caschino (obbligatorio, uff)
- scoperto di avere la vicina piemontese che col marito vicentino vive qui da quarant'anni
- pianificato backup completo e automatico del computer sul nuovo hard disk
- fatto un giro in bici e scoprire che le mie gambe hanno qualcosa da dirmi
- ascoltare quello che hanno da dirmi le gambe, e ricordarmi che sono nove anni che non vado in bici
- mangiato junk food per dimenticare
- scoperto che il backup automatico ha bisogno della mia password
- riprogrammato il backup
- avuto internet (wireless, yeah!) a casa e scoperto di essere web2.0-addicted
- cucinato la pasta col sugo spiegando al coinquilino che servono DUE pentole per far ciò
- spiegato al coinquilino che la pasta va tirata quando è al dente, non quando ormai è irrimediabilmente scotta
- accettato chiudendo entrambi gli occhi il cheddar nella pentola della pasta

Nel frattempo, il tutto è stato condito da: musica in abbondanza (in casa) e foto a quintalate (fuori casa).

Diciamo che, come al solito, non trovo mai il tempo per annoiarmi e deprimermi un po', uffa.
Vado a mangiare un po' di gelato, credo sia ora. :)


Foto di: qualche ora fa, a pranzo
Macchina: quella nuova
On air: The Beatles, a palla.

Era una notte buia e senza internet


Post di due sere fa, scritto al volo in camera senza rileggerlo. Mi collego a scrocco davanti alla mia futura scuola, e ne approfitto per postare e scappare via.
Baci a tutti quelli che (casualmente) passano di qua. Lasciate magari un segno o una scritta sul muro se ci siete ancora... :)


La stanza non è enorme, giusto tre metri per tre e mezzo.
Ci sta il letto, un comodino, una cassettiera, un piccolo armadio.
Una sedia, una valigia ancora da svuotare, una scrivania che arriverà.
Internet non c'è ancora, posterò quando troverò l'ennesimo wireless senza password, in giro per la città ce ne sono a bizzeffe.
C'è la moquette, speriamo che la mia allergia alla polvere non faccia casini nei prossimi mesi.
Eh già, perché stavolta è di mesi che si tratta. Cinque mesi, una roba difficile da comprendere anche se sono qui da ormai una settimana.
Diciamo che l'inizio non è stato dei migliori: di due valigie, una non è arrivata sui nastri scorrevoli, smarrita chissà dove nei meandri dell'ultimo aeroporto in cui avevo fatto scalo.
L'ostello trovato all'ultimo minuto fortunatamente accettava le prenotazioni via internet, altrimenti non avrei saputo come fare ad arrivarci senza la certezza di un letto.
Prenotazione che dopo due giorni mi avrebbe salvato da una notte in mezzo alla strada.
Cercare casa in una città sconosciuta non è facile.
Bisogna stare tutto il giorno nella caffetteria dell'ostello dove c'è il wifi gratis e aggiornare continuamente la pagina degli annunci.
Di fianco al portatile, una moneta da venticinque centesimi e un pezzo di carta e una penna per segnare al volo i numeri dei nuovi annunci, e correre alla cabina vicina per chiamare.
Un casino.
Soprattutto perché tutti offrono stanze a ragazze, magari sotto i 24 anni, e io non corrispondo decisamente a questo profilo.
Quando la fortuna vuole che una stanza sia libera e il proprietario accetta di mostrartela, funziona così: si controlla sul sito dei mezzi pubblici la via più breve per arrivarci, si chiude il portatile con la melina, si corre in camerata a mettere sotto chiave il tutto, e si attraversa mezza città per arrivare nella magari-futura-casa.
A volte la stanza è troppo piccola (non ho grosse pretese, ma se non riesco a farci stare una valigia in piedi oltre al letto forse non fa per me), a volte è scomodo arrivarci coi mezzi, a volte la stanza è la più figa che si sia mai vista ma il quartiere è decisamente da evitare a qualsiasi ora del giorno (figuriamoci della notte).
Altre volte trovi la casa perfetta, tre coinquiline perfette, il quartiere perfetto, il feeling perfetto, e ti dicono che cinque mesi sono troppo pochi e loro cercano qualcuno per un periodo più lungo.
Vai tu a spiegarglielo che io qui ci resterei anche due anni, se potessi.
Però non è così semplice, ecco.
E poi succede che improvvisamente arrivi sabato, è festa nazionale e ci sono i fuochi e la gente arriva da tutte le parti, e l'ostello ti dice che non c'è posto, che fai? Ti rimetti su internet, nella caffetteria dove ormai tutti ti conoscono, a cercare qualcos'altro, no? Scoprendo che, no, non c'è posto da nessuna parte in tutta la città, nemmeno negli altri tre ostelli, ma neanche negli alberghi sotto gli ottanta dollari a notte che sono sparsi per le periferie, ma il tuo ostello, su internet, risulta prenotabile. E allora prenoti, torni al piano di sopra, dici "ho una prenotazione" e ti dicono "ok, sei nel letto B 23". Sposti la tua roba dal letto E 8 e sorridi come un cretino mentre torni in caffetteria a cercare casa ancora una volta.
Quattro giorni per trovare una casa. Una stanza di tre metri per tre e mezzo che ti accoglie, che bello.
Una città sconosciuta, una lingua diversa, della gente un po' strana, ma un mondo che mi piace. Un modo che mi piace.
Gli autisti degli autobus che non hanno barriere di vetro e ferro, quando sali e mostri l'abbonamento ti ringraziano e sorridono.
Quando scendi e ringrazi, ti rispondono "sei il benvenuto".
Amo questa lingua, non ci posso fare niente.
Puoi essere nella giornata più nera e piovosa dell'universo, sentirti l'ultimo calimero rifiutato del pianeta, guardarti allo specchio e pensare che ti senti una merda, ma non appena ringrazi qualcuno per qualcosa, lui ti risponde "sei il benvenuto".
Beh, sicuramente è una cosa che può fare talvolta più effetto della serotonina cioccolatosa.
Ah, e a proposito di cioccolatosa, ne ho approfittato per... come dire? Una piccola anteprima.
Essere dall'altra parte del mondo (non certo agli antipodi, ma novemila chilometri possono bastare ad avere la stessa sensazione) ha i suoi vantaggi, quando puoi vedere al cinema il film dei Simpson e uscire cantando "spiderpig, spiderpig".
L'emozione di cambiare gestore telefonico, da quanto tempo non la provavo! Emozione data soprattutto dalla scoperta che le chiamate si pagano anche quando si ricevono, e che per sapere il tuo credito devi ricordarti un codice segreto di dieci cifre. Che meraviglia.
Ah, sì, la valigia.
Mi è arrivata in ostello dopo tre giorni, quando ormai disperavo di rivedere metà dei miei vestiti (sì, sono paranoico e divido la roba in parti uguali, altrimenti sarei andato in giro per la città senza pantaloni), tutti i miei caricabatterie e alimentatori, la reflex a pellicola, le mie ottomila pellicole, l'esposimetro, l'accappatoio, lo zaino eastpack, e altre cianfrusaglie fondamentali per la mia esistenza.
Mi è arrivata con un biglietto di scuse della compagnia aerea, che ovviamente non era italiana.
Il resto... beh, lo racconterò man mano che lo vivrò.
Fuori da questa finestra c'è Vancouver, c'è quella che sulle targhe delle auto chiamano "Beautiful British Columbia", c'è il tanto desiderato Canada che non aspetta altro che essere scoperto.
Senza dimenticare che sono qui per studiare, ovvio.
Questo fa di me una persona serissima, dovreste vedere che faccia seria che ho in questo momento...


Foto di: sabato (credo)
Macchina: gigitale seriosa
On air: rumore di auto, schiamazzi di turisti, stridore di gabbiani.



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